baby netflix
Serie TV

Baby è il simbolo del disturbo bipolare di Netflix

Baby è il simbolo del disturbo bipolare di Netflix My rating: 1 out of 5

Aspettavo con ansia Baby, la nuova serie italiana prodotta da Netflix, ma invece che soddisfare la mia paziente attesa il suo arrivo mi ha solo incasinato la mente.

BABY È ARRIVATA SU NETFLIX IL 30 NOVEMBRE

E io ho finito di guardarla il 2 dicembre. Non è di certo un record assoluto ma di questi tempi è una rarità, per me, poter dedicare tutta questa attenzione a una sola serie. Eppure ci credevo tanto in Baby. Vuoi perché avevo apprezzato molto Suburra – La serie o perché pensavo sarebbe stata la versione meno teen di Élite. Fatto sta che potrei liquidarla in un attimo dicendovi che anche Netflix ha imparato in un lampo a infiocchettare la cacca come fa Sky da anni.

baby

Dopo aver appena finito Élite ha un nonsoché di già visto

In un articolo di settembre avevo scritto che mi incuriosiva la presenza di gente nuova al timone del progetto. I registi sono Andrea De Sica e Anna Negri e la sceneggiatura è di un giovane collettivo romano di nome GRAMS. Ecco, se c’è una cosa che avrei dovuto capire già dalle recenti derive politiche del nostro Paese è che a persone nuove non corrispondono per forza idee nuove. Baby è un insieme di situazioni viste e riviste, turbe sentimentali di ragazzi di sedici anni, scontri genitori-figli dal finale scontatissimo e nessuno scandalo reale.

SE QUESTA È PROSTITUZIONE

La storia di Baby è incentrata su tre personaggi: Chiara (Benedetta Porcaroli), Ludovica (Alice Pagani) e Damiano (Riccardo Mandolini). La ragazza brava che poi diventa cattiva, quella cattiva che lo diventa ancora di più e il ragazzo tormentato che finisce a trovarsi in brutte compagnie. Una specie di Cesaroni senza Max Tortora e Antonello Fassari in pratica. Si era detto che questa serie era liberamente ispirata agli scandali (quindi storie reali) della baby prostituzione ai Parioli e invece è solo un noiosissimo teen drama senza nessun riferimento specifico.

baby chiara

Che trasgre

L’intero tema della prostituzione è trasfigurato e banalizzato in maniera davvero spicciola. Il vero problema è che non viene fuori per niente la gravità della cosa, che a mio parere doveva essere il centro della serie. Non ha nessun senso fare un serie sulle baby squillo e ridurlo a storielle amorose tra compagni di classe, Instagram stories e macchinette. Si finisce per banalizzare un tema complesso e azzerare la valenza culturale che un prodotto del genere dovrebbe avere. Per non parlare delle situazioni chiaramente di contorno che alla fine della stagione non aggiungono nulla. Su tutte il fatto che il figlio del preside faccia outing coming out e una professoressa si innamori di uno studente. Cose buttate lì a caso giusto per aprire possibili linee narrative future? Bah.

Poi potremmo anche stare qui a parlare di tecnica, fotografia, colonna sonora (ok quella spacca, soprattutto nelle prima puntate) e tante belle cose, però c’è poco di cui parlare quando il tema centrale di una serie naufraga in maniera così clamorosa. L’unico che mi sento di rimandare è il giudizio sul regista perché prima voglio vedere I figli della notte, opera prima di De Sica. In ogni caso tutto questo preambolo per introdurre un tema che mi ha fulminato dopo aver visto quasi in contemporanea Roma di Alfonso Cuarón.

Ecco il collettivo GRAMS… ah no, cazzo, mi sono confuso con “Gli occhi del cuore 2”

NETFLIX HA EVIDENTI PROBLEMI DI BIPOLARISMO

Baby è solo uno degli ultimi progetti legati in qualche modo all’Italia. Se il powered by Netflix era partito con il mediocre Rimetti a noi i nostri debiti non si può dire lo stesso della serie prequel di Suburra e del recente Sulla mia pelle. In quest’ultimo un grande Alessandro Borghi aveva dato faccia e corpo per far conoscere meglio una vicenda sulla quale ci sarà da dire ancora molto, ma soprattutto lo ha fatto senza prendere parti (al contrario di quello che dicono alcuni).

baby chiara alice

Cioè fa sembrare tutto addirittura figo e desiderabile

Proprio per questo motivo mi aspettavo che Baby fosse la controparte seriale di un neonato movimento di provocazione e stimolo nei confronti dell’opinione pubblica. Al contrario, la serie di Andrea De Sica mette tutti d’accordo ma sull’aspetto esattamente opposto, ovvero la troppa leggerezza con la quale si affrontano gli argomenti trattati. Non si riesce davvero a capire dove il colosso dello streaming voglia andare a parare. O meglio, abbiamo capito tutti che voglia andare a toccare il più vasto pubblico possibile, però con questa strategia rischia di annoiare i più, e anche abbastanza in fretta.

E IL PEGGIO/MEGLIO DEVE ANCORA ARRIVARE

Ad alimentare ulteriormente le mie tesi complottistiche stanno per arrivare due film che, ognuno a modo proprio, saranno iconici per lo scenario Netflix italiano. Da un lato il fresco vincitore del Leone d’oro alla Biennale del cinema di Venezia, Roma, del quale vi parlammo già durante il festival. Dall’altro il primo cinepanettone distribuito da Netflix, Natale a 5 stelle, che si preannuncia già come una porcata colossale.

Qui vi lascio i due trailer per giudicare:

Se Roma ha dimostrato ancora una volta il talento estetico e sentimentale del regista messicano Alfonso Cuarón, Natale a 5 stelle rappresenta alla perfezione il desiderio di Netflix di regionalizzarsi il più possibile nella sua ottica di espansione globale. Tra l’altro con una satira politica che posso già immaginare quanto sarà becera e controproducente. Il fatto è che in Italia il genere cinepanettone non è mai andato in crisi e ogni Natale ci sono almeno 2-3 film veramente di merda che si spartiscono il podio dei film che la gente va a vedere per digerire cenoni e pranzoni.

Per questo parlo di bipolarismo, qual è il vero Netflix? Quello che butta fuori Roma Sulla mia pelle o quello delle produzioni facili e fintamente impegnate come Baby, Élite o Natale a 5 stelle?

Se volete dire la vostra approfittatene e commentate sotto l’articolo su Facebook, vi risponderò lì perché voglio proprio capire qual è la sensazione al riguardo!

Article written by:

Stefano Ghiotto

Studio Architettura e si sa, al giorno d'oggi non ci si può più mantenere facendo l'architetto. Quindi cerco di fare qualsiasi altra cosa nella speranza di non arrivare mai alla prostituzione. Mi piacciono i film con trame complicatissime (che alla fine ti danno la stessa sensazione di benessere del bagno di casa tua dopo una giornata in Università) e le serie che non si caga nessuno come le patatine gusto "Cocco e curcuma".

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi