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Better Call Saul | Stagione 3 | L’inesorabile ascesa verso Breaking Bad

Better Call Saul | Stagione 3 | L’inesorabile ascesa verso Breaking Bad My rating: 4.5 out of 5

Si è da poco conclusa la terza stagione di Better Call Saul, vediamo dunque di fare il punto…


Attenzione: la prima parte sarà senza SPOILER, mentre nella seconda parleremo nel dettaglio degli eventi.


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Il meraviglioso New Mexico di Vince Gilligan

Col fantastico finale della seconda stagione – Klick – eravamo rimasti col fiato sospeso: Chuck si prende la sua vendetta verso il fratello minore, reo di averlo ingannato (anche se a fin di bene, cioé per favorire Kim). Si sapeva dunque che uno dei temi portanti di questa terza stagione, la prima distribuita da Netflix, sarebbero state le conseguenze della registrazione compiuta da Chuck ai danni di Jimmy. In realtà questa, ovvero quella dei fratelli McGill, non è che una delle storylines principali, che si dipanano meravigliosamente concedendo, come sempre, ampio spazio alla crescita dei personaggi.

Passano gli anni, ma la capacità e la raffinatezza di scrittura di Vince Gilligan paiono solo essere migliorate, visto che ci troviamo di fronte a un altro prodigio televisivo. “Senza fretta”, questo pare essere il mantra di uno degli autori televisivi ormai più famosi e quotati della storia, che non smette di deliziarci coi racconti provenienti dal suo personalissimo New Mexico. Quel New Mexico, quella Albuquerque – la Albuquerque di Breaking Bad e Better Call Saul, cioè in sostanza quella di Vince Gilligan – sono ormai diventati un mondo altro, un microcosmo per storie pari a quelli dei grandi registi e scrittori: mi vengono in mente il West di Tarantino, il Maine di Stephen King, così come i mondi grotteschi creati da Tim Burton. Parliamo di dimensioni parallele alla nostra, universi compositi animati da un mix sapiente di scrittura, regia, fotografia e montaggio. Con le armi del cinema insomma.

Il New Mexico di Better Call Saul è una terra aspra e inospitale, fatta perlopiù da edifici posticci, pacchiani e coloratissimi (in contrasto col grigio del deserto) che si adattano perfettamente al carattere bislacco di un personaggio come Jimmy McGill/Saul Goodman. Quel New Mexico è una terra di personaggi fuori dal mondo: avvocati stakanovisti, picciotti truffaldini, monoliti silenti e tragici come Mike Ehrmantraut, crudeli spacciatori che si contendono il territorio di smercio, vecchiette rincoglionite che fanno fitness in centri commerciali simili a caleidoscopiche cattedrali nel deserto. Un mondo ben strutturato dunque, che Gilligan riempie e anima coi suoi incredibili personaggi tragici.

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Rapporti in rottura

In questa terza stagione di Better Call Saul il focus è puntato sull’imminente e definitiva rottura di molti dei rapporti che abbiamo imparato ad apprezzare nelle stagioni precedenti. In primis quello tra i fratelli McGill: troppo diversi, troppo avviluppati in una spirale di malumori, inimicizie, sgarbi, attenzioni non ricambiate, sgarri e invidia. Jimmy e Chuck si ritrovano al confronto finale, che farà luce sulla vera identità di entrambi, sul loro modo di essere e di prendere la vita.

Interrotta lo scorso anno dal meraviglioso cliffhanger del biglietto “DON’T”, passa invece un po’ in sordina la storyline di Mike che, dopo un inizio col botto, scompare a poco a poco dai radar, in attesa di una quarta stagione che dovrà lisciare i molti nodi venuti al pettine nel frattempo. Nonostante ciò il suo personaggio rimane sempre uno dei più interessanti, sorprendenti, mosso da quella tragedia che pare trascinarsi dietro come la nuvoletta di Fantozzi, illuminata da improvvisi sprazzi di allegria e umanità che rischiarano il grugno inespressivo di un eccezionale attore come Jonathan Banks.

Altro punto cardine sul quale si impernia la stagione è la storia tra Jimmy e Kim: mai melensa, mai sentimentale. I due si scambiano probabilmente un solo bacio in tutti i dieci episodi, eppure sembrano più uniti che mai. Si spalleggiano a vicenda tirandosi spesso fuori dai guai, sono complici in tutto. Eppure per chi ha visto Breaking Bad (che a quanto pare assomiglia un sacco a Death Note) la domanda è una e una sola: che fine farà Kim?

Per coloro i quali non hanno ancora visto i nuovi episodi ci lasciamo con un grande invito a non perdere tempo e divorarveli tutti: la qualità di questa terza stagione non fa altro che superare le precedenti, dimostrando ancora una volta come Better Call Saul sia un prodotto fruibilissimo sia da chi ha visto e amato Breaking Bad, sia dai profani. Intanto il gioco di Gilligan è sempre lo stesso: raccontare storie, dimostrando allo spettatore come sia sempre possibile aggiungere un tassello inaspettato che ribalta le situazioni; come prendere vie traverse – magari un po’ più lunghe e accidentate – spesso conduca a esiti stupefacenti. Certo bisogna essere narratori eccezionali, ma per fortuna di Gilligan lui si iscrive a pieno titolo a questa categoria.


DA QUI IN AVANTI SPOILER A PROFUSIONE.


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F-R-I-N-G-‘S-B-A-C-K

Finalmente! Parlare di questa stagione senza nemmeno fare velato accenno al ritorno di Gus penso mi meriterà un posticino vicino alla loggia di San Bernardo nella Rosa Angelica.

Ebbene, lo sapevamo fin dall’inizio, era nell’aria, fin da quando qualche nerd assatanato si era preoccupato di ricombinare la prima lettera del titolo dei dieci episodi della scorsa stagione, rintracciando un sensazionale “F-R-I-N-G-‘S-B-A-C-K” (Vince Gilligan, dannato burlone); lo sapevamo dal casting, dalle dichiarazioni, era il segreto di Pulcinella, il colore del cavallo bianco di Napoleone, eppure è stato bellissimo vederlo tornare in scena: Gustavo Fring, il gentiluomo, il Giano Bifronte Cileno, il Robin Hood di tutti i narcotrafficanti.

Il ritorno di Fring fornisce nuovo spessore a quella che possiamo definire “la linea messicana”, ovvero quella che deve sostanzialmente spiegare tre cose: come ha fatto Gus Fring a diventare il principale trafficante del sud degli Stati Uniti, come lui e Mike abbiano cominciato a collaborare e come Hector Salamanca (che qui vediamo arzillo e loquace) è diventato il disabile semivegetale trillacampanelli visto in Breaking Bad.

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La fine di Chuck e la vera natura di Jimmy

L’ultimo episodio di questa terza stagione di Better Call Saul si riconferma come uno dei migliori: le conclusioni di Gilligan non sono mai frenetiche, ma – come sempre – si prendono il loro tempo, animate da una scrittura che intanto non può deludere. In Lantern, il season finale, assistiamo al declino terminale di Chuck, il personaggio-rivelazione di questo spin-off. Umiliato nella causa intentata al fratello minore, estromesso dalla HHM che aveva contribuito a fondare, sconfitto nella lotta alla sua malattia mentale, conscio che la sua rivalsa verso Hamlin avrebbe comportato la rovina dell’amato studio legale, rimasto ormai inesorabilmente solo, Chuck non vede futuro innanzi a sé e fa cadere su un plico di giornali una lanterna a gas sprigionando un incendio. Che sia la fine per l’amato/odiato fratello maggiore di Saul Goodman? Onestamente penso che difficilmente lo vedremo riemergere vivo dal rogo da lui stesso appiccato.

Prima dell’incendio però, Chuck fa in tempo a dire a Jimmy quello che probabilmente lo segnerà per sempre: Chuck pensa che Jimmy sia condannato a compiere il male, a non riuscire mai a seguire la strada dell’onestà, preferendo l’inganno, la frode, il raggiro. Ecco, penso che saranno queste le parole decisive che spingeranno Jimmy a intraprendere la strada del Saul Goodman, rinunciando a quella del Jimmy McGill. Lo dice lui stesso, nel dialogo finale con Kim: il suo tardivo tentativo di fare ammenda con la povera Irene gli ha rovinato la fama coi suoi attempati clienti, mettendolo nella spiacevole condizione – una volta scaduto l’anno di sospensione dall’albo degli avvocati – di “trovare nuovi clienti”. Chi saranno questi nuovi clienti? Se avete visto Breaking Bad forse lo potete avvertire quel brivido di hype che vi spinge già a desiderare ardentemente la quarta stagione di Better Call Saul.


P.s. se siete dei fan dell’opera di Gilligan, volate su Breaking Bad – Pagina Italiana!

Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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