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Black Mirror, o dell’apoteosi della distopia

Black Mirror, o dell’apoteosi della distopia My rating: 4 out of 5

Siete ansiosi di sfuggire alla calura estiva, le ferie tardano ad arrivare e siete a corto di cibo per gli occhi? Non temete, la Endemol ha pensato a come porre fine alle vostre sofferenze già cinque anni fa. Infatti, nel 2011 il produttore inglese Charlie Brooker ha un’idea destinata a cambiare il mondo del piccolo schermo: una serie tv. Bella forza, direte. Obiezione comprensibile, se non fosse che la serie in questione è Black Mirror: tre episodi, in seguito aumentati a sei più un fuori programma natalizio, del tutto scollegati tra loro e capaci di portarsi a casa un Emmy ad appena un anno dalla loro uscita.

Black Mirror è stata talmente apprezzata che quel neonato gigante di Netflix ha deciso di acquistarne i diritti per una terza stagione, in programma per il 21 ottobre 2016. Nell’attesa del refrigerio autunnale, dunque, rinfreschiamoci la memoria. Ah, occhio agli spoiler.

Black Mirror parla di un prossimo futuro dalle tinte tutt’altro che rosee: una realtà distopica dominata dalla tecnologia, dove la ragione sembra non avere più spazio. Lo schermo nero a cui fa riferimento il titolo di quest’opera è un chiaro richiamo allo schermo di computer e cellulari che scandiscono le nostre vite, ma anche il riflesso deforme delle nostre esistenze: distorto, ma più simile a noi di quanto sembri.

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Il primo episodio è un pugno nello stomaco: The National Anthem, in italiano tradotto con il più scialbo Messaggio al Primo Ministro. Il premier inglese Michael Callow finisce sotto il ricatto di uno psicopatico: o l’uomo più importante del paese farà sesso con un maiale davanti a tutta la nazione, o lui ucciderà la Principessa Susannah, rampolla dell’aristocrazia inglese da lui precedentemente rapita. A nulla valgono i tentativi di Callow e dei suoi assistenti: video fasulli e missioni improbabili non fanno altro che minare la sicurezza della ragazza, oltre che precipitare il consenso del premier. Non resta altro che optare per il male minore e adattarsi ai desideri del rapitore. E fin qui potrebbe anche sembrare un gesto nobile, se non fosse che lo psicopatico è in realtà l’artista Carlton Bloom, smanioso di dimostrare l’asservimento dell’umanità ai nuovi media. E ci riesce egregiamente, considerando che mentre Callow è impegnato con l’adorabile bestiola la Principessa Susannah vaga indisturbata per le strade del centro di Londra, completamente deserto – del resto, perché perdersi lo spettacolo del premier che si scopa un maiale? E poco importa se Callow in seguito al suo sacrificio viene osannato come un eroe nazionale; la sua vita, quella vera, ne uscirà distrutta.

Ecco, questo è come si presenta Black Mirror. Robetta, eh?

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Gli altri episodi non sono da meno: in 15 Millions of Merits – in italiano 15 Minuti di Celebrità, una proiezione distorta e cupa della colorata Factory di Andy Warhol, la gente è costretta a pedalare tutto il giorno su una cyclette, con soltanto il proprio avatar per evadere dalla realtà vera a quella virtuale, non per forza migliore. Gli obesi sono degli emarginati sociali, la pubblicità che passa ossessivamente sugli schermi della realtà virtuale non può essere saltata ed ogni pedalata dà diritto a una sorta di moneta (il merito, per l’appunto), necessaria alla sopravvivenza.

Non c’è spazio per i sentimenti, se non fosse che Bingham si innamora di Abi, ragazza bellissima dalla voce ancora più bella; decide così di investire i suoi risparmi per farla partecipare a un talent show e far uscire, almeno lei, da quell’incubo di sport e maxischermi. E tuttavia, la giuria – in cui spicca un brizzolato, fascinosissimo e spietato Rupert Everett – ritiene che ok la voce, ma vuoi mettere il porno? Bingham non si dà pace e accumula meriti fino a poter partecipare a sua volta al talent, ma il mondo è talmente incancrenito che un tentativo di suicidio finisce per trasformarsi in un programma di successo. Dulcis in fundo, il premio di cotanto successo consiste nell’avere a disposizione uno schermo dove gli alberi sembrano, finalmente, reali. Sembrano.

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Che dire poi di un mondo dove grazie a una sorta di microchip impiantato dietro l’orecchio si ha la possibilità di rivivere ogni giorno i propri ricordi, insomma The Entire History of You? Fantastico, se non fosse che questa meraviglia della tecnologia può comportare gelosie, ossessioni, follia e delitti. Meglio strapparselo dalla pelle e vivere come un barbone demente, forse.

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Il successo di pubblico e critica dei primi tre episodi è stato tale che Black Mirror ha proseguito, proiettandoci in un mondo sempre più inquietante: cosa fareste, per esempio, se aveste la possibilità di ricreare un caro defunto a partire dai suoi ricordi sui social? Meraviglioso, un modo per cancellare definitivamente la morte; ma un pupazzo di silicone destinato a durare in eterno e riempito di frasi fatte, forse, non è il mondo migliore per Be Right Back, per tornare alla vita – quella reale, non le foto e gli aforismi su Facebook.

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Black Mirror, tra le altre cose, è zeppo di riferimenti cinematografici di tutto rispetto; nello specifico, è un continuo omaggio a Kubrick. White Bear è la versione se possibile più grottesca di Arancia Meccanica: Victoria Skillane si sveglia in preda a un’amnesia e si ritrova a correre in un parco, circondata da gente che la filma nel silenzio più totale. Poveretta, penserete voi; senonché si scopre che la ragazza non è esattamente uno stinco di santo. E tuttavia, anche il criminale più efferato forse merita un po’ di misericordia; di certo, creare un parco divertimenti dove lo scopo e dare la caccia al prigioniero fino a farlo impazzire, e così ogni giorno fino al resto della sua vita, rischia solo di dare alla luce delinquenti ancora più spietati.

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Abbiamo detto che Black Mirror è uno specchio deformante del mondo reale: vi ricordate quando, tra il 2012 e il 2013, Beppe Grillo faceva man bassa delle elezioni amministrative italiane? Ecco, all’incirca nello stesso periodo usciva l’ultimo episodio della serie, The Waldo Moment, in cui un comico fallito e molto arrabbiato si butta, quasi inconsapevolmente, nel magico mondo della politica. Solo che non tutti hanno la stoffa e il pelo sullo stomaco per farcela.

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Black Mirror è una serie innovativa, con tante storie diverse, ma tutte legate dallo stesso filo conduttore: una realtà malata e senza possibilità di redenzione, nemmeno a Natale. White Christmas è un regalo che Charlie Brooker ha fatto al pubblico un paio di anni fa: un episodio extra più lungo degli altri, dove due estranei si ritrovano chiusi in casa a parlare delle proprie vite. Scopriamo così che Matt era un fanatico della realtà aumentata e che dispensava consigli di seduzione in cambio della visione del frutto dei suoi consigli, finché la situazione non gli è sfuggita di mano; questo come hobby, perché nella vita gestiva i cookies, avatar all’interno dei cervelli della gente, delle specie di coscienze in miniatura – per la precisione, copie digitali delle coscienze – adibite al buon funzionamento della macchina umana. Il suo compare Joe ha invece una tormentata vita privata alle spalle, tormentata al punto da essere stato bloccato da molti dei suoi familiari – dove con “bloccato” si intende trasformato in una sagoma bianca, incapace di interagire con gli altri. Questo allegro quadretto natalizio è coronato dal fatto che né l’uno né l’altro sono ciò che sembrano.

Tutto questo è Black Mirror: una spirale di alienazione, tecnologie distorte e disagio crescente. Girata e recitata benissimo, il suo punto di forza è però la sceneggiatura: storie pazzesche, incredibili ma plausibili, atte a ricordarci che la realtà può sfuggirci di mano da un momento all’altro. E che farci i conti può diventare molto, molto difficile.

 

P.s. Siete fan di Black Mirror? Allora fate un salto dai nostri amici di Black Mirror Italia!

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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