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Desperate Housewives: l’incubo americano a colori pastello

Desperate Housewives: l’incubo americano a colori pastello My rating: 3 out of 5

Se negli Anni Novanta andavano forte le rampanti e incasinatissime donne in carriera di Sex & The City, con il nuovo millennio è arrivata la crisi: la disoccupazione è salita, i soldi sono diminuiti, e la gente ha cominciato ad abbandonare la scintillante New York per rifugiarsi in periferia. Naturalmente la ABC non poteva non cavalcare questo fenomeno: e allora, signori e signore, benvenuti a Wisteria Lane, palcoscenico ideale per tutte le annoiate Desperate Housewives.

La serie vede la luce nel 2004 grazie al genio di Marc Cherry e prosegue incallita fino al 2012, per un totale di otto stagioni e centottanta episodi, vincendo così la medaglia d’oro per il più lungo show televisivo al femminile. E uno dei più visti, anche, con una media di centoventi milioni di spettatori: roba da fare una concorrenza spietatissima alle varie Carrie, Miranda, Samantha e Charlotte, nel frattempo dimentiche delle loro velleità anticonformiste e impegnate a organizzare matrimoni in luoghi ben più deprimenti della Grande Mela. Lo schema è abbastanza semplice, e tuttavia efficace: in un sobborgo immaginario dell’altrettanto immaginaria Fairview, che sembra la naturale evoluzione dei caseggiati di Edward mani di forbice, non succede nulla o quasi, almeno all’apparenza; già, perché quanto possiamo dire di conoscere i nostri vicini? Desperate Housewives si apre con il suicidio di Mary Alice Young, casalinga reputata perfetta fino a un attimo prima dello sparo. Le amiche non si danno pace, e decidono di andare a fondo della storia.

E sono proprio le amiche il cuore di tutta Desperate Housewives: nemesi neanche troppo camuffata delle ragazze di Sex & The City, ognuna vive nei e dei suoi drammi – e d’altronde, in qualche modo la giornata bisogna riempirla -, tanto personali quanto comuni. Bree ha il volto perfetto e inquietante di Marcia Cross, algida rossa dalla casa impeccabile e dalle relazioni disastrose; la bravissima Felicity Huffman è Lynette, bionda frustrata che ha abbandonato la carriera per dedicarsi alla famiglia; l’ingenua Susan viene interpretata dagli occhioni da cerbiatto di Teri Hatcher prima che incontrassero il bisturi; e Gabrielle, ex modella ricca e viziata, altri non è che Eva Longoria.

Accanto a loro, compaiono tutti i cliché della provincia made in the U.S.A.: biondone rifatte, ruspanti e quindi note in tutto il quartiere (Nicolette Sheridan), idraulici dagli occhi di ghiaccio e dal passato torbido (James Denton), manager che oscillano tra la sete di ricchezza e il desiderio di cambiare (Ricardo Antonio Chavira), impiegatucoli ambiziosi e insoddisfatti (Doug Savant), anziane signore più aggiornate dell’edizione della sera (Kathryn Joosten). Ogni stagione ha il suo intrigo: se la prima è incentrata sui ricatti che avvolgono la famiglia Young, gli anni futuri vedono arrivare nel quartiere ragazzi in fuga dal passato, mogli che scappano dai mariti violenti, vedovi in cerca di vendetta, ex terroristi, patrigni che si era cercato di dimenticare. E, chicca da intenditori, Orson, un Kyle MacLachlan che se a New York giocava la parte del medico imbranato qui è tutto fuorché impacciato. E accanto a tutto questo, il fascino neanche troppo discreto della borghesia incarnato dalle quattro amiche: divorzi, tradimenti, figli poco gestibili e cassetti sempre più pieni di sogni mai realizzati.

Desperate Houseviwes non ha la verve della sua concorrente metropolitana, ma si salva grazie a questo: non agli intrighi da risolvere, alla lunga sempre uguali a sé stessi, ma alla critica cinica e feroce dell’american way of life. La polvere si può pure nascondere sotto al tappeto, ma il sapere che se ne sta annidata lì non riuscirà a tenervi lontane da un bicchiere di troppo, sembra dirci. E allora dovrete salutare le verande assolate e le aiuole fiorite, rimaste immutate dagli Anni Cinquanta. Si ha il sospetto che le protagoniste siano così visceralmente amiche non tanto per i sentimenti che le legano, quanto per dare un senso a un’esistenza vuota e dai colori pastello, proprio come le case di Wisteria Lane. E d’altronde, quanto più è piccola la cittadina, tanto più il gossip germoglia.

Con il passare del tempo questa serie ha inevitabilmente perso l’interesse di pubblico e critica; ma all’epoca in cui uscì, quando ancora Breaking Bad non esisteva e Californication veniva trasmessa a orari impossibili, aveva rappresentato una ventata di novità, al tempo stesso spietata e divertente. Cornice perfetta e punto vincente di Desperate Housewives è la sigla, una musichetta incalzante a cui si accompagnano le rivisitazioni di alcuni classici della storia dell’arte, da Adamo ed Eva di Lucas Cranach il Vecchio, passando per American Gothic, fino alla zuppa di Andy Warhol. Dove le donne sono bistrattate, indaffarate, ma sorridono. Perché “anche la vita più disperata è una cosa meravigliosa”.

Anche se sfido a vivere in un posto come Wisteria Lane e continuare a sostenerlo.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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