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Grey’s Anatomy: come (non) uscire dal tunnel

Grey’s Anatomy: come (non) uscire dal tunnel My rating: 2 out of 5

Se avete finito i giga sul vostro smartphone e come unico diversivo mentre siete in metro o aspettate il vostro caffè vi resta solo l’immortale origliata alle conversazioni altrui, probabilmente avrete sentito le masse riempirsi la bocca con cose come Black Mirror, Marseille o The Young Pope, ma scommetto che nessuno si sarà azzardato a sussurrare quelle due paroline tanto temute: Grey’s Anatomy.

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Ammettere di lobotomizzarsi con quaranta minuti di ventri aperti, drammi sentimentali e fiumi di lacrime sembra essere diventato il nuovo stigma sociale; tutti sono improvvisamente diventati esperti cinefili e schifano qualsiasi cosa che non abbia vinto almeno sei Oscar e diciotto Emmy. Eppure lo sapete anche voi: quando la sera rientrate a casa e potete finalmente riporre la maschera da persone colte e con interessi elevati, una mezz’oretta di copertina, tisana e corsie ospedaliere non la disdegna nessuno.

La scusa che va per la maggiore è che quando esordì, nell’ormai lontano 2005, Grey’s Anatomy era più che dignitoso: si trattava di un medical drama che aveva al centro le (dis)avventure di Meredith Grey, aspirante chirurga depressa, dalla vita amorosa più che travagliata e con il bel faccino di Ellen Pompeo. Praticamente la nemesi di Scrubs, eppure all’epoca piaceva a critica e pubblico: il ritmo era incalzante, i colpi di scena non mancavano, e il cast era originale e pure bravino. Col tempo però Grey’s Anatomy è andato incontro all’inevitabile destino di queste macro-serie e si è trasformato in una soap opera: personaggi che muoiono ma forse risorgono – o quantomeno fanno una capatina nei sogni, aerei che cadono in mezzo a foreste tropicali, botte da orbi senza apparente ragione e chi più ne ha più ne metta.

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E tuttavia è fisiologico: a ogni melodrammatico finale di stagione giuriamo che questa è l’ultima, per ritrovarci qualche mese dopo a controllare convulsamente la programmazione della successiva – al momento siamo alla tredicesima. E non siamo solo noi femminucce: donne e uomini di tutte le età e dalle estrazioni più disparate amano rintanarsi al riparo da occhi indiscreti per immergersi nelle crisi di questi medici che grazie al cielo sono personaggi di fantasia, perché se davvero esistesse un ospedale del genere i decessi a Seattle si moltiplicherebbero. Com’è possibile, allora? Quali sono gli oscuri trucchi che mette in atto quel geniaccio di Shonda Rhimes, ideatrice e produttrice diventata miliardaria proprio grazie ai suoi specializzandi?

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In primo luogo, c’è la professione dei protagonisti: volenti o nolenti, siamo tutti affascinati da quelli che trafficano con le nostre viscere, e suscita un piacere perverso vederli agire con un sottofondo strappalacrime – pare che How to Save a Life dei The Fray abbia aumentato le vendite del 300% dopo essere stata usata come accompagnamento a una sequenza dove morivano tipo un milione di pazienti.

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La città che fa da sfondo è stata un’altra ottima scelta: non l’inflazionata New York, non la Los Angeles buona più per i criminali che per i chirurghi, non la San Francisco nostalgica degli Anni Settanta. Un’altra metropoli, che nessuno mai prima della Rhimes si era filato ma che è perfetta per ospitare i tira-e-molla del Seattle Grace Hospital: anonima, piovosa e inospitale. Cupa e triste, proprio come si definisce Meredith in un episodio imprecisato in cui decide che è arida incapace di amare e blablabla.

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Ecco: le banalità sono l’altro, fondamentale asso nella manica di Grey’s Anatomy. Sei bionda, carina e fai il medico in un ospedale dove tua madre era considerata alla stregua di un dio? Niente paura, puoi comunque giocare alla depressa perché i duecento ragazzi che ti muoiono dietro non ti capiscono fino in fondo e in realtà sei più innamorata della tua amichetta acida, arrivista e insoddisfatta che di loro – la compianta Sandra Oh, senza dubbio il personaggio migliore della serie. Non mancano poi il chirurgo pediatrico promettente ma attaccabrighe (Justin Chambers), la modella che però vuole realizzarsi salvando delle vite (Katherine Heigl), l’amichetto con gli occhi da cerbiatto e invaghito senza speranze (T. R. Knight), e naturalmente sorelle che ritornano dopo trent’anni (prima Chyler Leigh e poi Kelly McCreary, per via che la storia si ripete), ex mogli fedifraghe e confuse (Kate Walsh), storie etero che diventano lesbo (Sara Ramirez) e viceversa. E su tutti lui, il motivo per cui quella sera di undici anni fa mentre stavamo facendo zapping non abbiamo cambiato canale: il Dottor Stranamore, al secolo Patrick Dempsey.

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Il cast è il vero perno intorno a cui ruota tutto: perché Shonda Rhimes potrà pure vantarsi di aver scelto attrici non convenzionali, ma gli ometti sono in grado di risvegliare anche le ovaie più assopite. Dempsey con quel ciuffo frutto di ore e ore di phon e con quegli occhioni azzurri ha fatto sospirare giovani e meno giovani: neurochirurgo, amante premuroso e pure un mezzo modello. Non troverete uno stereotipo del principe azzurro così ben delineato nemmeno nei sonetti di Petrarca. E se il genere “bravo ragazzo” non vi soddisfa, non temete: il suo migliore amico è Eric Dane, Dottor Bollore per le infermiere. Colpevole di essersi portato a letto l’ex moglie dell’amico, continua nelle sue imprese accompagnandosi praticamente a tutto il cast; e d’altronde, se ve lo trovaste davanti credo che accantonereste rapidamente ogni principio etico. E ancora Isaiah Washington, Kevin McKidd, che non avrà avuto una carriera sfolgorante dopo Trainspotting ma il cui aspetto è migliorato parecchio, Jesse Williams e le ultime reclute: Martin Henderson e Giacomo Gianniotti, presi apposta per colmare il vuoto lasciato nei cuori delle fan dopo la dipartita del Dottor Stranamore – e non provate a parlare di spoiler, tanto si sa che lo avete visto tutti.

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Insomma, Grey’s Anatomy ha il pregio di rilassare il cervello, con dialoghi e voci fuori campo che uniscono il peggior Beautiful a vaghe nozioni di medicina prese da Wikipedia, mettere in campo una squadra di bellocci non da poco, ma soprattutto di inventarsi catastrofi sempre più inverosimili: la protagonista ha una mamma con l’Alzheimer che ha avuto una storia con il suo capo, finisce tra le braccia di un collega che si rivela essere sposato, e quando finalmente le cose si sistemano questo si fa investire in una strada di periferia. Nel frattempo annegamenti sfiorati, tornado che fanno sembrare Seattle una megalopoli indiana in preda ai monsoni, aerei che precipitano, soffitti che crollano, un numero di incidenti e sparatorie che manco a Caracas e decessi sparsi.

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Grey’s Anatomy ci piace per questo: perché risveglia quel lato voyeuristico di cui tanto ci vergogniamo, ma di cui non possiamo fare a meno. E perché ci mette davanti a vite incasinatissime, al cui confronto le nostre diventano improvvisamente le migliori possibili.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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