Happy! Netflix Grant Morrison Brian Taylor Christopher Meloni serie TV Patrick Fischler
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Happy! Quella voglietta di sangue e unicorni

Happy! Quella voglietta di sangue e unicorni My rating: 5 out of 5

Happy! per il momento è decisamente il regalo del 2018 (scrivo mentre affilo i canini in preparazione alla quarta stagione di Z Nation). Mi ha donato abbastanza gioie da schiaffarvi sull’articolo quelle impudiche 5 stelline da fanatica, che sono pronta a difendere a pugni se qualche anima infelice ha voglia di contraddirmi sulla pagina del MacGuffin. Mettetevi comodi.

Happy!: una fiaba pulp per grandi e piccini (se volete traumatizzare i piccini)

New York, pochi giorni prima di Natale. Nick Sax è un ex poliziotto decaduto a hitman: se fossimo ancora negli anni ’90 la parte sarebbe andata d’ufficio a Bruce Willis, che avrebbe attinto al suo registro da Ultimo Boyscout disincantato. Nel 2018 l’onore è toccato all’ottimo Christopher Meloni, già visto in Oz.

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Non vi sparo spoiler quindi non frignate: Nick si infila in un brutto casino con una famiglia mafiosa. Mezza malavita di New York gli dà la caccia per farlo secco, l’altra mezza per estorcergli una password misteriosa. Per aggiungere un po’ di pepe alla settimana, Nick comincia a vedere un piccolo unicorno azzurro, che per essere un cavallo somiglia un po’ troppo a un ciuchino.

Happy, la petulante bestiola canterina, è l’amico immaginario di Hailey, una bambina rapita. La bimba l’ha mandato a cercare aiuto, proprio l’aiuto di Nick: anche se lui non lo sa Hailey è sua figlia e lo venera come un eroe.

Riuscirà il nostro Nick a dimostrarsi all’altezza delle aspettative di Hailey, nel magico Bianco Natale di New York macchiato di rosso interiora? Lo scoprirete binge-watchando Happy!, di certo non qui.

Personaggi da bava alla bocca

Riesco a definire il personaggio di Nick col solo aggettivo “adorabile”. Morrison e Taylor hanno preso il cliché del poliziotto decaduto e ci hanno cucito sopra qualche punto di ironia, tenerezza e tossicodipendenza. Quello di Nick è un percorso di riscatto canonico, standardizzato e già stravisto che però riesce a non essere fastidioso, grazie all’ottima caratterizzazione del personaggio e all’interpretazione divertente di Meloni.

La vera chicca però sono i comprimari che si muovono intorno a Nick, in particolare i cattivi del party. Il Babbo Natale che rapisce Hailey, un meth-head dall’infanzia difficile, è fin dalla prima apparizione uno dei villain più disturbanti mai visti sul piccolo schermo. Il mantello coperto di ninnoli che si apre a inghiottire la bambina è un’immagine difficile da dimenticare.

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Merita una menzione d’onore anche Smoothie, il torturatore psicopatico che dà la caccia a Nick. Un personaggio che sembra cucito intorno a Patrick Fischler, che ha una faccia e una mimica perfette per il ruolo del viscidone wacko. Come ben sa la vecchia volpe di David Lynch, che gli ha ritagliato parti specialissime in Mulholland Drive e in Twin Peaks 3.

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Molto meno interessanti i personaggi femminili: troviamo tre protagoniste, inclusa Hailey, ma non brillano. Happy! è una storia di formazione decisamente al maschile.

L’estetica underground

La messa in scena sporca, a tratti grottesca e ricchissima di dettagli mi ha lasciata incantata. Fin dalla prima scena di Happy! (Nick che immagina di farsi esplodere il cervello in un bagno pubblico, spruzzando sangue a fontana a ritmo di musica e citando velatamente il rallenty di Buffalo 66) sappiamo di trovarci nei territori di un’estetica underground, potente e grafica, con un pizzico di nostalgia anni ’90.

Le aspettative non vengono deluse; funziona benissimo anche il contrasto tra la sporcizia e la tenerezza del segno disneyano dell’unicorno. Una metafora facile facile per raccontare l’infanzia che a contatto con un mondo sudicio si sgretola, o si fa forte e cresce.

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Si concede qualcosa anche alla psichedelia nelle sequenze dell’Insetto e nella rappresentazione dei finti Teletubbies, inquietanti quasi quanto gli originali. Molto efficace anche la scelta di mostrare la tratta dei bambini attraverso “l’impacchettamento” nelle scatole simil-Mattel: un non-detto molto più potente e brutale di qualsiasi messa in scena esplicita.

Happy! strizza l’occhio anche a noi nerdini a caccia di citazioni, per non scontentare nessuno: quella di Le iene, praticamente evidenziata in giallo, strappa una risata. La mia preferita però è quella cupissima di Shining: scrivetemi sulla pagina se l’avete beccata.

La scesa del fumetto

Sull’onda dell’entusiasmo sono corsa a comprarmi il fumetto di Morrison da cui la serie è tratta: devo confessarvi che mi è scesa. La storia è molto più stringata, senza alcun approfondimento sul background dei personaggi secondari.

Lo sconcerto maggiore però sono state proprio le immagini: l’estetica forte e ben caratterizzata di Happy! sembrava discendere direttamente dal segno grafico di un fumetto. Invece le invenzioni visive più riuscite sono proprio farina del sacco dell’adattamento, tra le pagine non ce n’è traccia.

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La sensazione è quella di sfogliare lo scheletro di un prodotto già predestinato a trovare la sua collocazione principale nella trasposizione sullo schermo (a cui Morrison ha collaborato). Probabilmente non sarà d’accordo chi ha letto il fumetto prima vedere la serie, perché l’invenzione dell’unicorno e degli altri amici immaginari funziona già alla perfezione sulle pagine. Però credo che per tutti gli altri corra il rischio di essere una lettura deludente.

Quindi sì, se avete visto prima la serie TV mi sa che per godervi l’albo siete arrivati tardi. In compenso Netflix vi ha fatto un bel regalo di Natale con qualche mese di ritardo: Happy! è una serie che non vedo l’ora di dimenticare un po’ per poterla rivedere.

Article written by:

Sara Boero

Sua madre dice che è nata nel 1985, a lei sembrano passati secoli. Scrive da quando sa toccarsi la punta del naso con la lingua e poco dopo si è accorta di amare il cinema. È feticista di Tarantino almeno quanto Tarantino dei piedi. Non guardatele mai dentro la borsa, e potrete continuare a coltivare l'illusione che sia una persona pignola.

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