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Hunters: tra fumetto, splatter e memorial, Al Pacino va a caccia di nazi

Hunters: tra fumetto, splatter e memorial, Al Pacino va a caccia di nazi My rating: 3 out of 5

Vi è mai capitato di arrivare alla sera talmente stanchi da non avere le energie mentali per riuscire a seguire qualcosa di più elaborato de Sex & The City? Se sì, benissimo, siete nel posto giusto. Se no, beh, siete nel posto giusto lo stesso: perché Al Pacino che picchia duro i nazisti è uno spettacolo perfetto per tutti, manager stressati e studenti serenissimi, signorine e marinai, grandi e piccini – ecco, magari i piccini non proprio, ma in fondo non è mai troppo presto per cominciare. Questa, in brevissimo, è la trama di Hunters, serie di Amazon Prime lanciata all’inizio del 2020 e composta da dieci comodi episodi di un’oretta circa. Dieci episodi per il momento, perché tra finale piuttosto aperto e, soprattutto, investimento stratosferico da parte del colosso delle spedizioni, c’è da pensare che arriverà presto una seconda stagione.

Già, perché Hunters è pensata per essere LA serie, anche se non sempre mantiene le promesse: tra riflessioni che vorrebbero riecheggiare Hannah Arendt, più di un omaggio alla Marvel e innumerevoli strizzatine d’occhio a Mr. Tarantino, le ambizioni dell’ideatore e sceneggiatore David Weil volano alte. Ah, e l’ho già detto che c’è Al Pacino?

 

Siamo in una strabiliante New York del 1977: Jonah (Logan Lerman) è un liceale che vive con la nonna Ruth in un modesto appartamentino dalle parti di Brooklyn, ed ha naturalmente tutti i problemi che può avere un adolescente: è timido, imbranato, innamorato non corrisposto della vicina di casa, e passa la maggior parte del tempo a dibattere con i suoi amici di chi sia il migliore fra i supereroi. Una sera, uno sconosciuto si intrufola in casa loro e uccide la nonna: la polizia vorrebbe archiviare la faccenda come un tentativo di furto andato male, ma Jonah non è convinto. Perché l’assassino sembrava conoscerla, perché da casa non manca nulla, e perché la nonna è una degli ebrei sopravvissuta all’Olocausto. I suoi dubbi lo porteranno ad incontrare Meyer Offerman, sua maestà Al Pacino per l’appunto, magnate ebreo che aveva conosciuto Ruth nei campi di concentramento, e la sua improbabile banda: Hunters, cacciatori sulle tracce dei nazisti che si sono rifugiati in America sotto falso nome, e che spesso stanno pure intraprendendo una carriera folgorante.


C’è di tutto fra gli Hunters: dagli adorabili Murray e Mindy (Saul Rubinek e Carol Kane), bisbetica coppia sopravvissuta ad Auschwitz e con il pallino per l’elettronica, a Lonny Flash (Josh Radnor), attore di serie Z dall’ego smisurato, a Roxy (Tiffany Boone), mamma single e nera determinata a lasciare alla figlia un mondo migliore, a Joe (Louis Ozawa Changchien), ombroso reduce del Vietnam, fino ad arrivare ad Harriet (Kate Mulvany), l’incarnazione perfetta della suora cattiva. In mezzo a questa combriccola e con l’aiuto della non proprio ortodossa agente dell’FBI Millie Morris (Jerrika Hinton), Jonah scoprirà la sua vera natura: fino ad ora si è comportato da Robin, quando in realtà è sempre stato Batman.


Hunters è intrattenimento per eccellenza: i cattivi sono tali per definizione, non esiste possibilità di redenzione, e la banalità del male trionfa, basti pensare a Biff Simpson (Dylan Baker), ex aguzzino tedesco e ora influente membro del Congresso, quasi caricaturale nelle sue movenze. Che dire poi del Colonnello (Lena Olin), vertice dei nazisti pronti a dar vita a un Quarto Reich a stelle e strisce, un’impeccabilissima sciura a metà fra Crudelia De Mon e Victoria Beckham, e del suo fedele assistente Travis (Greg Austin), perfetto prototipo del biondino ariano? L’intento numero uno di questa serie è divertire, e per la maggior parte del tempo ci riesce alla grande.

Per la maggior parte del tempo, perché purtroppo ogni tanto qualche calo di tensione c’è: e del resto c’è un motivo se Tarantino ha deciso di concentrare lo stesso argomento in un film anziché di dilatarlo troppo. Altra pecca: Al Pacino è ovviamente strillato in ogni trailer, ma per la maggior parte del tempo rischia di essere quasi sprecato. Nulla a che vedere con la presenza debordante che aveva in Angels in America, tanto per intenderci. Per fortuna che arriva il monologo finale a riscattare il tutto, quasi una nemesi del suo vecchio Mercante di Venezia. Per fortuna, perché fino a quel momento la sensazione di sare al museo delle cere anziché dentro al piccolo schermo continuava a strisciare.

Ma Hunters nel complesso se la cava parecchio bene: alternando toni fumettistici a momenti quasi struggenti, omicidi sempre più efferati e irrealistici a piani funambolici per salvare il mondo, vi regalerà qualche sera di puro relax. E dato che i nazisti sono brutti-sporchi-e-cattivi per antonomasia, non vi sentirete nemmeno in colpa quando vi ritroverete a fare il tifo perché ci lascino le penne nel modo più truculento possibile.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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