la casa di carta 3
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La casa di carta – Parte 3: ma quindi ne avevamo bisogno? [con spoiler]

Ricordate quando discutevamo dell’utilità di una terza parte de La casa di carta? Bene, siamo arrivati alla resa dei conti. Prima di iniziare però volevo rassicurarvi sull’assenza delle stelline: siccome non so ancora quali sentimenti provo per questa terza parte e ritengo che la valutazione vera e propria debba essere data alla fine della quarte e (spero) ultima parte, ho deciso di non affrettare i giudizi ed astenermi dal voto. Sempre meglio che votare Lega, no?

LEGGETE BENE IL TITOLO: L’ARTICOLO CONTERRÀ SPOILER, TANTISSIMI SPOILER. Ma comunque inferiori al numero di esecuzioni al tappeto che eseguirà il governo degli Stati Uniti in caso avvenga davvero l’invasione all’Area 51. Dai lo so che un pochino vi ero mancato.

Nell’attesa andate a rileggervi le recensioni della prima e della seconda parte.

la casa di carta

Vi state chiedendo perché sono su un campo di calcio? Ma per nessun motivo ovviamente!

Partiamo dal perché esiste una terza parte: Rio, con uno svolgimento di sceneggiatura da tema di terza media, si fa beccare e quindi bisogna liberarlo. E quale idea migliore se non rischiare di nuovo tutti quanti la vita per rubare dei soldi che non servono più a nessuno? Siamo partiti benissimo proprio. Non osate tirarmi in ballo storie come il lato umano del personaggio: la scelta di Rio di usare un telefono comprato al mercato nero è un buco di trama grosso come le tette di Mia Khalifa. Tu sei un criminale ricercato letteralmente ovunque e solo perché ti manca la fica che ti scopi, che per altro vuole scopare altrove, decidi che bo dai la chiamo, tanto non mi beccano. E va bene che Rio è giovane ed immaturo, ma a questo punto uccidetelo dai, non puoi basarmi un’intera stagione su una puttanata simile.

Primo errore: mentre la prima rapina alla zecca di stato aveva motivi etico-politici a darle fondamenta solide, qua abbiamo trasformato un atto di protesta e rivoluzione contro il sistema in una scampagnata nella banca di Spagna per salvare un ragazzino stupido. Ah ma quindi non è più La casa di carta, è La casa dell’oro!

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È veramente difficile trovare immagini interessanti per questa serie.

Vorrei fare un piccolo focus sul primo episodio, sia perché delinea lo svolgimento della trama, sia perché è un ottimo esempio di regia soft porno. Non scherzo quando dico che nei primi 20 minuti di episodio c’è un’inquadratura sexy su Tokyo ogni 30 secondi, con tanto di ralenti calibratissimi sul culo e primi piani di Rio palesemente tendenziosi con sfondo sfocato e natica ballonzolante (sempre di Tokyo, ovviamente), giusto per non dare troppo nell’occhio. Ma poi qualcuno mi spiega perché Tokyo è la protagonista? Perché la voce narrante è la sua? Perché è quella che combina sempre le stronzate? Non capisco, aiuto!

Ci sarebbero molte altre cose da dire su questo episodio che è un manuale del trash, ma mi limito a sottolineare la spettacolarizzazione del nulla: scene senza contenuto spettacolare e senza particolare enfasi vengono caricate come una bomba a idrogeno esplodendo in ralenti, primi piani enfatici, musiche aggressive alla Fast and Furious, da veri duri. Tutto ciò per darvi una rassicurazione: questo episodio è una merda, ma fidatevi che migliora, di poco, ma migliora.

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Vero amore, sesso e pistole.

Rimaniamo in scia parlando di trama. Che dire, è uguale alle parti precedenti, stessa solfa: rapina, intrighi amorosi, battibecchi nel gruppo di rapinatori, situazioni che precipitano ma professore che sa sempre cosa fare, flashback per spiegare le cose, produzione di denaro (pepite d’oro in questo caso), tette, culi, scene stupide e spettacolari…

Secondo errore. Ma l’elemento innovativo che dovrebbe suscitarmi interesse dove sta? La prima volta ci poteva anche stare (seppur neanche le prime due parti fossero un capolavoro), invece in questo La casa di carta 3 il risultato è noia, prevedibilità, schemi che si ripetono, situazioni stanche e già viste: succedono esattamente le stesse cose che sono già successe. Io pensavo avrebbero sfruttato l’occasione per approfondire il passato dei personaggi, cosa che fanno, ma in modo irrisorio e francamente inutile.

Il vero pregio in questo senso è il ritorno del personaggio di Berlino (miglior personaggio e miglior attore della serie da sempre, non che ci voglia molto), che permette di approfondire sia la sua personalità che quella del fratello, il professore, ed inoltre consente di introdurre un nuovo personaggio (Palermo), importante, ma sviluppato malissimo, al livello di uno stereotipo maschilista, misogino e gay. So che sembra un insulto, ma è quello che è il personaggio.

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Torniamo alla spettacolarizzazione. La casa di carta è sempre stata una serie tamarra, quindi in questo senso nessuna sorpresa. Se, magari! La teoria del manuale del trash, oltre che nel primo episodio, ogni tanto si riverbera anche in quelli successivi. Vi faccio un esempio su tutti: Arturito che, manco fosse un paladino di Carlo Magno, si tuffa in stile Cagnotto dentro la banca ritrovandosi addosso tutto l’arsenale di Metal Slug.

Terzo errore. Il vero problema, a mio dire, è la mancanza di drammaticità, o meglio, l’assoluta incompetenza dei creatori in termini di gestione drammaturgica – il che era anche prevedibile per una serie che non aveva più nulla da dire. Mi spiego in parole plebee: le situazioni potenzialmente drammatiche ci sono, ma o sono rese ridicole da una sbagliata scelta registica o tempistica, o non vengono enfatizzate. Il che comunque non è un male: io, per esempio, non adoro l’accentuazione drammatica, che in generale produce un eccessivo effetto di struggimento volto a scuotere lo spettatore per magari distogliere la sua attenzione da altro; ma la gestione delle situazioni drammatiche è un’arte e quando non sei capace di farlo non puoi risolvere la questione rendendo drammatico ciò che non lo è.

Ne La casa di carta 3 ci sono una serie di scene lunghe, strazianti, infinite, che indugiano su un elemento insignificante; e in generale la gestione dei tempi narrativi è quasi sempre errata. Una cosa che non può non saltare all’occhio è la confusione generata dal primo episodio, il quale incasina senza cognizione di causa i tempi narrativi, saltando qua e là nel tempo come Cappuccetto Rosso alla ricerca delle bacche: per capire dove siamo, quando siamo e cosa sta succedendo ci vogliono ALMENO due episodi; e sono stato buono.

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“Vieni qua che ti spelo”.

Faccio una brevissima parentesi sugli attori, che sono tutti dei cani, ad eccezione, di nuovo, di Berlino. Pensate alla letterale monoespressività di Rio, o all’incapacità di essere un attore drammatico del Professore, o ancora alla ripetitività espressiva di Palermo. E no, stavolta non c’entra il doppiaggio, anche in spagnolo (provare per credere) gli attori restano di una tristezza recitativa come poche.


Ora parliamo della questione più scottante: la questione meridionale. Ciò che era stato di grande impatto nelle prime due parti e che aveva fatto innamorare i fan de La casa di carta era il messaggio ideologico sotteso. In pillole: ribellarsi contro l’ordine costituito e farlo infrangendo quell’ordine dall’interno, per sconvolgerlo e farlo crollare su se stesso. Ideologia evidentemente sinistrorsa ma che comunque, infarcita di questioni morali e arricchita con un pizzico di vittimismo, aveva interessato un po’ tutti, a destra, a sinistra, al centro, a torre in D5 scacco matto al re ti ho fottutto bastardo!

Quarto errore. La terza parte no, ma facciamo chiarezza. In realtà i principi ispiratori a livello ideologico sono gli stessi, ma mentre prima erano l’obiettivo dello scontro, ora sono lo strumento per legittimare una vendetta personale, il che trasforma quell’ideologia in un piagnisteo vittimista che adombra il precedente grido alla libertà in grido al ridateci Rio. Però intanto i soldi li rubate comunque, contraddicendo in pieno tutto quanto avevate fatto prima. Non so voi, ma io la trovo una precipitazione di stile in caduta libera che fa collassare su se stessa l’intera serie, la quale, ahimè, si reggeva unicamente sulla sua forte ideologia.

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Però poi succede qualcosa che almeno un poco cambia le carte in tavola. Da circa metà stagione in poi la serie impercettibilmente cresce ed in modo irreversibile da quando Rio torna, fino ad arrivare all’ultimo episodio. Prendete nettaorecchie, cotton fioc, apparecchi acustici e quanto vi serve per ascoltarmi bene: l’ultimo episodio è un mezzo capolavoro. Siete increduli tanto quanto lo ero io a fine visione e forse solo ora potete capire la mia incertezza nel valutare la stagione.

Sono stato molto duro qui sopra per evidenti motivi non fallici, ma quest’episodio – e in generale l’andamento della stagione – ha rimesso tutto in discussione. Ora, questo non significa che l’abominio che hanno messo in scena sia perdonato, ma allo stesso tempo non mi sento di bocciare seccamente la stagione che contiene l’episodio più emozionante e più coeso dell’intera serie. Senza badare al fatto che qui c’è una coerenza drammaturgica assoluta e per giunta nell’episodio più lungo di tutta la serie. Per finire, una chiusura da manuale, che apre alla quarta parte (obbligatoria a questo punto), che porta la tensione a un culmine di spannung clamoroso, che mette gli accenti al posto giusto e che, cosa più importante di tutte, recupera l’originaria ideologia e innerva il tutto con nuova linfa.


E ora io cosa dovrei dire? Da un lato sono incazzato come un cane che non si può leccare i testicoli, dall’altro ho un hype e una speranza impensabile viste le premesse. Sono anche portato a pensare che gli autori si prendano gioco degli spettatori, servendoci una serie scadente ma con conclusione di elevata qualità solo per appunto crearci hype e quasi costringerci a guardare la stagione successiva; il tutto gonfiando le loro tasche. E qui apriamo un capitolo interessante…

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Tiriamo un attimo le somme…

Qualsiasi cosa sia successa nell’ultimo episodio o nel mio cervello, questa terza parte de La casa di carta è deludente oltre ogni aspettativa; e ve lo dice uno che ha guardato le prime due parti criticandole costantemente, ma che in fin dei conti si era appassionato alla serie. Con la terza parte però le cose sono nettamente cambiate e c’è stata una netta svolta in un senso di commercializzazione. Prima di parlare del perché, vorrei chiedermi e chiedervi se ciò fosse necessario. Voglio dire, la serie era già bella commercialotta di suo, vuoi per la regia, vuoi per le scelte visive, vuoi per gli svolgimenti di trama molto tipici e classici, vuoi per i culi e le tette, di nuovo: La casa di carta nasce che è già un fenomeno commerciale probabilmente destinato a diventare un cult. Ma quindi perché accentuare ulteriormente questa componente?

Quinto errore. Una parola, sette lettere, tanti tanti soldi e parecchie scelte sbagliate o discutibili: NETFLIX. Facciamo un passo indietro. Credo che tutti lo sappiano, ma in caso contrario sarò il vostro Morpheus: La casa di carta in origine non era divisa in 2 parti, ma era un blocco unico di episodi a FINALE CHIUSO; poi è arrivata Netflix che, con grande acume, ha detto “sai cosa? spezziamola in due per aumentare l’hype”; fino a qui tutto bene. Le cose diventarono irritanti quando Netflix decise che la serie avrebbe avuto un sequel, così, senza motivo, solo perché ai fan era piaciuta. Ma va bene, noi lo abbiamo accettato, ci siamo seduti di nuovo sul divano e abbiamo ascoltato un’altra volta la sigla. Ma esperienza insegna che spesso ciò che non è di Netflix e che lo diventa in corso d’opera, spesso, dicevo, diventa merda. Vedere Black Mirror per credere.

Purtroppo, però, i fan spesso aprono il culo e lasciano che oggetti lunghi di ogni tipo penetrino nelle loro cavità; e Netflix è maestra in questo gioco. Si, ho appena paragonato Netflix ad una sodomizzazione e la sodomizzazione a un gioco: doppietta e Cristiano Ronaldo MU-TO! Detto ciò: il mio obiettivo non è muovere una polemica sterile contro Netflix, quanto piuttosto mettere a nudo le dinamiche sottese alla realizzazione di un prodotto cinematografico. Questo perché spesso non si pensa al fatto che dietro al regista, allo sceneggiatore e agli attori, sui quali viene sempre scaricata la colpa, si nasconde anche un produttore o una casa di produzione o, come in questo caso, un colosso dello streaming digitale che deve produrre utili. E allora, magari, dovremmo chiederci quanto quegli errori, quelle stronzate, questa inutile e forzata terza parte siano colpa di scelte sbagliate del regista, dello sceneggiatore e degli attori e quanto invece di qualcuno che sta molto più in alto pulendosi il culo con carta argentata.


Questo articolo è diventato una deriva anticapitalistica che non voleva essere; forse mi sono immedesimato troppo nella serie e per questo vi saluto qui, con la consapevolezza che sia io che voi la quarta parte de La casa di carta la guarderemo.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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