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La linea verticale: il risveglio – in ritardo – della fiction all’italiana

La linea verticale: il risveglio – in ritardo – della fiction all’italiana My rating: 3 out of 5

Dopo giornate di agonia, dopo che RaiPlay aveva furbescamente reso disponibili sulla sua piattaforma tutti gli otto episodi per un tempo limitatissmo salvo poi ritirarli e centellinarli a dosi di due a settimana, dopo aver tentato in tutti i modi recuperarli per poi rassegnarmi a un brusco tuffo negli Anni Novanta e a un appuntamento fisso che manco mia nonna con La signora in giallo, sono finalmente riuscita a vedere per intero La linea verticale.

Osannata e acclamata come una boccata d’aria fresca nel panorama della fiction italica, La linea verticale è effettivamente ben al di sopra della media di ciò che passa sugli schermi nostrani; peccato però che, per chi abbia masticato anche solo un minimo di serie girate oltreoceano, o anche solo oltralpe, sia una storia delicata e godibile, ma nulla di più. Ma procediamo con ordine: La linea verticale prende le mosse dall’omonimo libro di Mattia Torre e viene girata dallo stesso autore; protagonista principale è Luigi, alias Valerio Mastandrea, padre di famiglia che scopre di avere un tumore al rene. Accanto a lui la bellissima Elena (Greta Scarano), moglie incinta e determinata ad affrontare la faccenda e sconfiggere la malattia. Dal momento del ricovero, che durerà circa una ventina di giorni tra digiuno, intervento e postumi dell’operazione, Luigi avrà modo di conoscere un bestiario umano sino ad allora sconosciuto: il microcosmo dell’ospedale e le sue regole, i suoi ritmi, le sue gerarchie.

La linea verticale è effettivamente qualcosa di nuovo per l’Italia: a metà fra la sit-com, la commedia, il dramma e la riflessione sociale, porta in scena in modo gentile, ma non edulcorato, il calvario di un paziente, le sue paure, la sua rabbia, ma anche i rapporti che si instaurano con gli altri nella sua stessa condizione: perfetti estranei nel mondo reale, uniti da flebo e siringhe tra le corsie. Oltre al già citato Mastandrea, troviamo un formidabile Babak Karimi nel ruolo di Amed, immigrato solo di nome e rinomato antiquario di Via dei Coronari da più generazioni, Alvia Reale nei panni di una caposala fanatica del pop di casa, e Cristina Pellegrino come Giusy, ruvida infermiera dal cuore d’oro.

Ma la vera chicca nel cast di questa serie è che buona parte degli attori arrivano direttamente dal mitico Boris, tanto da far sembrare La linea verticale una rimpatriata fra amici: Ninni Bruschetta, un tempo esilarante direttore della fotografia cocainomane, è ora Barbieri, chirurgo svogliato che ben ricorda il Duccio dei tempi d’oro; Giorgio Tirabassi da regista visionario e supponente diventa Marcello, paziente ipocondriaco e sedicente esperto della medicina tutta; Paolo Calabresi passa da sfegatato tifoso della Roma a nientemeno che prete, ma altrettanto romanaccio; e Antonio Catania da responsabile della produzione a responsabile di reparto, al secolo Policari.

Chi si aspettava di trovarsi di fronte a un episodio di Medical Dimension rimarrà deluso: ne La linea verticale si ride molto meno che in Boris. In primis per il grande assente, Pietro Sermonti, che avrebbe fatto faville a vestire un’altra volta, e per davvero, il camice; e in secondo luogo perché il protagonista assoluto non è né Luigi, né i medici, né i pazienti, bensì il cancro. Non esattamente il miglior compagno di merende che ci si possa augurare, insomma. Eppure, La linea verticale riesce a mescolare sorrisi e lacrime, astio e serenità, esasperazione e determinazione; una serie perfetta, almeno sulla carta. Già, perché chi è stato giovane negli Anni Duemila, come la sottoscritta, avrà passato più di un pomeriggio in compagnia di Scrubs: anche lì ospedali, anche lì voci fuori campo, scenette inframmezzate alla storia, gioie e dolori; solo, un bel po’ di tempo prima.

la linea verticale

La linea verticale resta comunque godibilissima, oltre che un invito al piccolo schermo italiano a darsi una mossa e realizzare un bel po’ di prodotti del genere, ché ci mancano come l’aria. Nel frattempo, per chi si fosse perso la prima serata su Rai Tre, RaiPlay ha rimesso tutto quanto a disposizione, quindi smettetela di cercare fonti, ahem, alternative, e correte lì.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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