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Little Fires Everywhere: la (solita?) provincia americana

Little Fires Everywhere: la (solita?) provincia americana My rating: 3 out of 5

La disperata ricerca di una serie che potesse riempire più di un paio di serate, ma abbastanza corta da poter sapere come va a finire prima delle tanto agognate vacanze, in questa strana estate 2020 mi ha fatto approdare a Little Fires Everywhere: otto episodi di un’oretta ciascuno, prodotti da Hulu e distribuiti in Italia da Amazon. Ideata da Liz Tigelaar e tratta dall’omonimo romanzo di Celeste Ng, Little Fires Everywhere è ambientata a Shaker Heights, Cleveland, il tipico quartiere residenziale americano fatto di villette a schiera e frustrazioni, alla fine dei gloriosi Anni Novanta, ché in tempi come questi non resta altro che rifugiarsi nella nostalgia canaglia.

Protagoniste delle piccole, grandi beghe di cui vive il quartiere sono due famiglie, o meglio, due donne agli antipodi: dentro una villetta più grande e più lussuosa delle altre c’è Elena, biondissima madre di quattro figli all’apparenza perfetti, ex reginetta del ballo ed ex aspirante giornalista, e chi poteva interpretarla meglio di Reese Witherspoon dopo la palestra di Big Little Lies? All’opposto, oltre ai vetri di quella casetta così tremendamente americana troviamo Mia (Kerry Washington), artista di colore dall’esistenza nomade, sempre in cerca di un modo per sbarcare il lunario e per rendere migliore la vita dell’adorata figlia Pearl (Lexi Underwood). All’inizio, Shaker Heights sembrerebbe la risposta ai problemi di Mia e Pearl: approdate lì dopo innumerevoli peregrinazioni, trovano nella casa che potrebbero affittare da Elena un nido perfetto, dove rimanere a lungo, forse – addirittura! – per un anno. E poi il quartiere è così carino, le scuole sono ottime, e la parola “integrazione” è all’ordine del giorno. Forse troppo: perché quando si frequentano ragazzi neri per appropriarsi del loro vissuto e ottenere l’ammissione a Yale, potrebbe esserci, come dire, un vizio di forma.

Ah, e naturalmente in casa di Elena non è tutto oro quello che luccica: in ordine di nascita, Lexie (Jade Pettyjohn) è una barbie in miniatura dai voti perfetti e dal fidanzato di colore ancora più perfetto, ma che forse ha qualche demone in più di quello che sembra; Trip (Jordan Elsass) è il tipico belloccio che tutti vorrebbero senza cervello, mentre invece è più sensibile di quanto lo faccia il fratello minore Moody (Gavin Lewis), il classico, dolcissimo imbranato; e dulcis in fundo ecco a voi Izzy (Megan Stott), adolescente ribelle con più di un dubbio sulla sua sessualità. Menzione d’onore al padre Bill, professionista dedito al lavoro per cercare di mantenere in piedi questo traballante sogno americano, con cui non si può non simpatizzare, se non altro perché ha le fattezze di Joshua Jackson, ex idolo di tutte noi figlie dell’ultima decade del ventesimo secolo, sempre per via della nostalgia canaglia.

Dopo una settimana di immersione matta e disperatissima nelle vicende di Elena e Mia, ecco il verdetto: Little Fires Everywhere è senza dubbio una buona serie, ma nulla di più. Inizialmente temevo di aver fatto indigestione delle contraddizioni della provincia americana, e che quindi fossi solo annoiata da tutte queste storie così simili fra di loro; ma in realtà, il problema è proprio nella trama di questi piccoli fuocherelli, quelli che finiranno con lo sconvolgere le esistenze di tutti quanti. Little Fires Everywhere non ha la leggerezza di Desperate Housewives, né riesce ad essere pungente quanto quel capolavoro insuperato di Dogville; trasmette quel sapore amarognolo che hanno le vite nelle periferie di quegli Stati quadrati, ma come se fosse in qualche modo edulcorato.

E poi: negli ultimi tempi la questione razziale in America è esplosa, ed evidentemente gli sceneggiatori si sono sentiti in dovere di traslarla anche nelle vicende di Shaker Heights. Solo che hanno ottenuto l’effetto opposto: Mia e la sua amica Bebe (Huang Lu), cinese in attesa del permesso di soggiorno, riescono a far risultare simpatica persino una wasp di mezza età convinta che i bambini possano essere comprati con verdi dollari americani. E come dare torto a Pearl, quando rinfaccia alla madre di voler giocare al cliché dell’artistoide vagabonda fregandosene di tutto il resto? Infine: illuminante il flashback sulla gioventù di Mia (Tiffany Boone, già promessa di Hunters) e Elena (AnnaSophia Robb). Dove scopriamo che la prima non è quel monumento di moralità e buoni sentimenti che vorrebbe far credere, e che la seconda non era solo la biondissima, impeccabile prima della classe.

Nel complesso, la narrazione di Little Fires Everywhere risulta un po’ troppo stereotipata, al punto che appena finita la visione vi verrà voglia di rileggervi d’un fiato Tom Wolfe e il suo Radical Chic. America, senza dubbio; ma un po’ sbiadita, anche nella sua versione peggiore.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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