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Lost – Perché dopo 13 anni resta un capolavoro ineguagliato

Lost – Perché dopo 13 anni resta un capolavoro ineguagliato My rating: 5 out of 5

Da dove comincio?

Non è facile parlare di Lost, chi lo ha visto può capire. Non c’è niente che non sia stato analizzato, teorizzato e dibattuto negli ultimi anni, eppure ogni volta che qualcuno chiede di cosa parli questa serie (LA serie) la risposta non è mai la stessa, mai chiara, figuriamoci semplice.

Lasciando da parte i sentimentalismi (Life and Death di Michael Giacchino è sufficiente per farmi commuovere), anche chi non ha gradito non può non ammettere l’evidenza. I tributi e i riferimenti a Lost sono innumerevoli e sparsi un po’ ovunque (per dire, avete presente la maledizione del Blitz di HIMYM?), Lostpedia conta un numero impressionante di account e articoli in cui ancora oggi si discute su quale sia il significato di alcuni dei misteri lasciati irrisolti dal (controversissimo) finale. Esiste persino qualche matto che monitora le lotterie in attesa che i numeri di Hurley tornino a portare un mucchio di soldi e una valanga di sfiga al prossimo che decida di puntare sulla maledetta sequenza.

Sì, c’è qualcuno che lo fa. E non sono nemmeno in pochi.

Perché? Cosa ha reso questa serie diversa dalle altre? Come mai adesso ogni volta che prendo un aereo sono più contenta se sono seduta nella sezione di testa? Ma soprattutto, perché le fossette di Sawyer non sono ancora state dichiarate patrimonio dell’umanità?

 

Non sarà facile, ma proveremo a rispondere a questi filosofici quesiti.

N.B. Trovo che sia difficile spoilerare Lost. Sarebbe meglio aver visto almeno le prime stagioni, ma se non lo hai fatto (disonore su di te, disonore sulla tua mucca!) ritengo tu possa continuare a leggere in modo relativamente sereno fino a nuovo ordine mentre cerco di rimediare ai tuoi sbagli.

Non c’è di che.

IL DESTINO O UNA SFIGA BALORDA

Quel che resta dell’aereo della Oceanic Airlines sta per esplodere sui superstiti del disastroso incidente. C’è chi urla, chi si guarda intorno tramortito, chi cerca i propri cari: è il caos. Superato lo shock iniziale, i sopravvissuti si radunano per passare la notte, certi che i soccorsi siano in arrivo, quando dal folto della foresta giunge un suono assordante e innaturale. Questa “creatura” in agguato non è l’unica cosa di cui i disgraziati devono occuparsi visto che (sempre durante il primo episodio) il pilota, prima di spirare, comunica loro che l’aereo si trovava su una rotta diversa da quella prevista e che quindi i soccorsi non sanno dove soccorrere. In aggiunta, la ricetrasmittente dell’aereo riproduce un messaggio, la richiesta di aiuto di una donna intrappolata sull’isola, ripetuta senza sosta e senza risposta via etere da più di sedici anni.

Il primo episodio è quindi sufficiente per capire una cosa fondamentale di Lost: l’incidente non è che il punto di partenza, un momento ricorrente più e più volte nei numerosissimi flashback, rivissuto in modi sempre diversi, ogni volta con un pezzetto del puzzle in più, ma non è al centro della trama. Questa si focalizza essenzialmente sui personaggi, le loro vite e i loro segreti, e sull’isola.

A legare questi due aspetti una domanda: perché proprio queste persone e perché proprio su quest’isola? Esiste un legame tra i sopravvissuti e tra di essi e il luogo misterioso in cui si sono venuti a trovare?

Queste domande non se le pone solo lo spettatore. Gli eventi, le circostanze e le coincidenze che si presentano con allarmante frequenza nelle vite dei protagonisti costringono questi stessi a chiedersi cosa in realtà li abbia portati a rincorrere orsi polari (no, non ve lo spiego) in un punto imprecisato del Pacifico.

UOMO DI SCIENZA

Fin dalle prime ore sull’isola risulta evidente che la convivenza tra i sopravvissuti non sarà semplice. Un ex torturatore iracheno, un truffatore, una fuggitiva, un malavitoso coreano, la figlia di un boss… i compagni di viaggio ideali insomma.

Ma di tutti i personaggi, due risaltano rispetto agli altri.

L’uomo che apre gli occhi nel primo fotogramma della serie è Jack Shephard. Il leader, il chirurgo, l’uomo di scienza. Razionale, obiettivo, sembra essere la voce della ragione in quasi tutte le circostanze. “Doc” è l’eroe, la fiamma segreta, ma non troppo, di mia mamma, la figura su cui converge dall’inizio l’approvazione dello spettatore e la fiducia dei compagni di sventura. Anche le donne convergono, ma vabbè.

Comprensibile, dopotutto. Jack cura i malati, Jack vuole tornare indietro, non importa quanto fosse infelice la sua vita: è la cosa giusta da fare, quella razionalmente desiderabile.

Eppure, se c’è qualcuno che può salvarci tutti, quell’uomo è John Locke.

UOMO DI FEDE

John Locke (non è l’unico nome di filosofo usato nella serie) è forse il personaggio più iellato nella storia dei personaggi più iellati mai creati. Le puntate dedicate alla sua vita sono le più toccanti. L’immedesimazione in questo caso ha risvolti negativi, come l’opprimente sensazione di ingiustizia cosmica che ancora mi assale quando ci penso.

Ma qualcosa cambia nel momento dell’incidente, che per John non è qualcosa di terribile che per disgrazia si è abbattuto su di lui.

Al contrario, l’arrivo sull’isola ha significato la rinascita, fisica e morale. A differenza di tutti gli altri, John ha guardato l’isola negli occhi, ha visto qualcosa di meraviglioso e non è tornare indietro il suo scopo.

Quando John si oppone alle decisioni di Jack (facciamo un 97% delle volte?), lo fa perché CREDE. Si affida senza riserve a ciò che è già stato deciso per lui. Jack ha la smania di trovare il modo per tornare a  casa, John offre il viso alla pioggia, sorridendo.

Quello che Lost fa attraverso questi due uomini è mostrarci due visioni diametralmente opposte della vita. Non lo fa tramite dei pipponi allucinanti, ma costringendoti continuamente a decidere da che parte staresti, chi seguiresti.

“SI VIVE INSIEME, SI MUORE SOLI”

Lost è universalmente noto per i colossali mal di testa che può provocare una visione poco attenta. Quanto mi fa diventare matta chi guarda un episodio, uno a caso, e boccia la serie perché “non si capisce niente”. Vuoi farti insultare?

Non puoi guardare Lost pensando ai fatti tuoi, perché prima che tu te ne accorga qualcuno è sparito, Shannon ha rotto ancora un po’ le palle, qualcosa è saltato in aria e, soprattutto, ti sei perso mille piccoli e silenziosi indizi che avrebbero potuto aiutarti a dirimere la gigantesca matassa partorita da J.J. Abrams e Damon Lindelof. I numeri (volete tentare la sfiga sorte? 4 8 15 16 23 42) sono solo la punta dell’iceberg, ne abbiamo per tutti i gusti. Ma secondo me non sono i numerosi misteri che hanno reso la serie celebre il vero punto di forza. Credo sia qualcosa di molto più profondo.

Abbiamo un gruppo di estranei, persone normali costrette in un luogo ostile e sconosciuto. Un punto di partenza piuttosto comune sia in letteratura che nel Cinema. Cosa cambia in Lost è che non c’è il tentativo di dare vita a una nuova società, non c’è nessuna conchiglia con cui parlare, nessuna legge. L’isola non è un foglio bianco a partire dal quale ricostruire un qualcosa, ma è essa stessa un qualcosa, come un’entità viva con cui venire a patti. Ognuno lo fa secondo le proprie convinzioni, in base alle proprie esperienze, a livello personale. Ma nonostante tutto, si resta insieme. Chi si allontana dal gruppo, chi sceglie di seguire una strada diversa lontano dai propri compagni, che nel bene e nel male si è finito per amare, finisce per perdersi.

Ciò che lega tutti è la volontà di rimanere insieme, per non morire soli. 

IL GENIO

**spooooiler **

Tutto ciò (tenete presente che Lost è argomento di lezioni in diverse università, sono stati scritti non so quanti libri al riguardo, ecc ecc) è servito e accompagnato secondo puro genio. E una buona dose di problemi mentali.

Non possiamo parlare di tutto, e se siete arrivati fin qui mi fate anche commuovere, ma vogliamo menzionare i cliffhanger? Per chi non lo sapesse sono le brusche interruzioni della narrazione in conseguenza di un colpo di scena (= finale di stagione da farti prendere a morsi il vicino sul divano). Il bunker e il tasto da premere ogni 108 minuti? I viaggi nel tempo? O il fatto che nella terza stagione quelli che sembravano flashback solo alla fine si scoprono essere dei flashfoward (salti in avanti)? Vogliamo davvero menzionare le fossette di Sawyer??

Article written by:

Rosa Bartolone

Lettrice appassionata, fotografa dilettante, ladra di cioccolata con l'inutile talento di ricordare a memoria ogni battuta dei film che più le piacciono. Habitat naturale: primo volo per ovunque (o divano e Netflix, dipende..)

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