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Mad Men, o come sentirvi eleganti, snob e invidiabili in meno di un’ora

Mad Men, o come sentirvi eleganti, snob e invidiabili in meno di un’ora My rating: 3.5 out of 5

Spocchioso, snob, autoreferenziale. Se Mad Men vi sembra tutto questo, complimenti, ci avete azzeccato. Se per gli stessi motivi qualche anno fa vi siete drogati con le avventure della Sterling Cooper, beh, siete in buona compagnia.

Mad Men vede la luce il 19 luglio 2007 sulla rete statunitense AMC, e non potrebbe essere altrimenti visto ciò che tratta; partita un po’ in sordina, si è poi rapidamente diffusa prima negli ambienti giusti, classy ed eleganti, dove guardare la tv è considerata una cosa da plebei finché qualcuno non decide che c’è una serie imprescindibile che tutti devono vedere, e poi tra le fila del grande pubblico, da sempre segretamente smanioso di essere classy ed elegante pure lui.

Sette stagioni, fino al 2015, per ben novantadue episodi, Mad Men non è particolarmente divertente o avvincente; perché tutto questo successo, allora? Semplice: perché sembra una sfilata di moda degli Anni Sessanta, perché racconta il passaggio da tailleur e cravatte a basette e corone di fiori meglio di History Channel, perché pure i personaggi sembrano dei modelli d’antan.

A cominciare dal protagonista Don Draper, al secolo Jon Hamm, la cui leggenda narra che dopo qualche decennio di miseria il suo bel mascellone sia stato finalmente notato per il ruolo di pubblicitario rampante, senza scrupoli e più che sensibile al fascino femminile. Cliché? Naturalmente, ma se dagli albori del Cinema ancora non ha stancato un motivo ci sarà. Passato oscuro con flashback direttamente dagli Anni Venti con annessa Grande Depressione, l’ambizioso Don è riuscito a diventare il direttore creativo di una delle tante agenzie pubblicitarie di Madison Avenue – a proposito, avevate qualche dubbio che il tutto potesse accadere in un posto diverso da New York? Altra protagonista indiscussa di Mad Men, è tutto ciò che ci aspettiamo che sia la Grande Mela nei Sixties: scintillante, eccessiva, barocca. Ma sempre con classe. Non per nulla lo scenario cambierà solo verso la fine dell’ultima stagione, quando certezze ed eleganza cominceranno a vacillare e la West Coast con i suoi figli dei fiori farà capolino nella strada più chic della metropoli.

Ma stavamo parlando di Don: che è ovviamente circondato da una corte degna di un feudatario. La bruttina ma intraprendente assistente Peggy (Elisabeth Moss), il lecchino Pete (Vincent Kartheiser), il socio e grande amico Roger (John Slattery). E poi l’insopportabile mogliettina perfetta e algida Betty (January Jones), pure lei uno spot per la famigliola americana modello, e Megan (Jessica Paré), ventata d’aria fresca umorale e lunatica. Sono donne, del resto: perché Mad Men ci presenta proprio tutto degli Anni Sessanta, compreso il ruolo che il gentil sesso doveva avere nella società. Che di solito non si discostava troppo da quello di casalinga impeccabile, o al massimo di segretaria efficiente – e mai luogo comune fu meglio interpretato che da Christina Hendricks, procace rossa servizievole e parecchio scaltra. È il grande scontro tra Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, che entra di prepotenza nelle vite degli americani, e quindi anche nelle pubblicità che si ritrovano davanti ogni giorno.

Cos’altro? Battaglie per i diritti civili, case di moda, lanci di prodotti che ancora oggi usiamo quotidianamente, da una sponda all’altra degli States e pure del pianeta intero. Se deciderete di dedicarvi a Mad Men non vi spancerete dalle risate, non sarete travolti dalle emozioni, non resterete insonni per l’adrenalina. Però verrete immersi in un mondo raffinato, colto ed elegante. E cosa più importante, per qualche ora vi ci sentirete pure voi.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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