Serie TV

Narcos – Seconda stagione: facciamo il punto

Narcos – Seconda stagione: facciamo il punto My rating: 5 out of 5

Quando una serie prosegue per una ragione (per ora)

Netflix ci ha adorabilmente regalato la seconda stagione di Narcos, ormai tre settimane fa. E come sempre io temevo, e forte, perché quando una prima stagione va così bene, la seconda potrebbe distruggere tutto (mi è bastato True Detective, a tal proposito). Per una volta non è stato questo il caso.

Spoiler alert.

Spoiler alert.

Al di là dei miglioramenti a livello di regia che sono un classico spesso dovuto al maggior quantitativo di cash a disposizione, Narcos ha creato una scissione contenutistica tra una stagione e l’altra, che l’ha svincolata dal rischio di diventare banale.

WW e PE

La conclusione della seconda stagione ci ha dato un Pablo Escobar che fa pensare al Walter White di Breaking Bad: al di là del fatto che sguazzino entrambi tra droga, soldi e omicidi, un fattore comune è la follia a cui entrambi giungono. Partono da una necessità, sicuramente, e anche quando la soddisfano non gli basta, continuano, e nel farlo arrivano alla follia omicida. Entrambi partono dalla famiglia per finire, nel tentativo di renderla felice, con l’allontanarsi da essa.

Tuttavia, le due serie mettono in evidenza anche una differenza importante: sebbene entrambi siano accecati dal creare un mito della propria persona, Pablo combatte per cause che concretizza, almeno in parte: vuole dare sostegno al popolo colombiano e lo fa, donando strutture e denaro fino a creare un vero e proprio quartiere. Nel caso della nostra doppia-doppia-v preferita invece abbiamo a che fare con un uomo che ad un certo punto procede deliberatamente e unicamente per sé stesso, arrivando inoltre a perdere il sostegno della propria famiglia.

Né santi, né dittatori, né narcotrafficanti: uomini

Questo non deve però far pensare che Pablo Escobar venga dipinto come un santo o individuo perfetto. Abbiamo avuto, come già dissi, una prima stagione che contrapponeva Pablo ai gringos per via delle sue cause, del fatto che riuscivamo a vedere una ragione nel suo avere le mani nel sangue, nel traffico di droga e quant’altro. Riuscivamo a vederla, inoltre, perché se gli americani avevano il proprio spazio quasi sempre collettivo (la loro figura individuale non viene approfondita se non per accentuarne lo stereotipo), Pablo invece ci viene mostrato in tutta la sua (per fortuna!) individualità.

Ora questo sistema Pablo > America rischiava di cadere ne “l’anticonformismo che fa conformismo”, quindi di diventare monotono. E invece Netflix ha fatto sì che oltre alla ragione biografica (Pablo al termine della prima stagione era ancora vivo), questa seconda stagione esistesse anche per mantenersi elogiabile, verosimile e umana. 

In questi ultimi 10 episodi avviene, infatti, un annullamento di questa scissione migliore/peggiore: la serie ci permette di conoscere meglio gli americani protagonisti, Steve e Javier, soprattutto nei loro errori e aspetti negativi (evito di spoilerare). Al contempo, Pablo ci mostra l’importanza fondamentale che ha per lui la sua famiglia, pur non riuscendo a fare il passo fondamentale per potersela godere appieno: mollare tutto. In questo caso peraltro è piuttosto efficace la ripetizione di scene nelle quali Pablo è costretto a interrompere i giochi coi propri figli a causa del proprio lavoro. Ne emerge una vicenda senza vincitori né eroi nella quale gli americani sono sicuramente un po’ meno dotati di palle dei colombiani, ma cercano comunque di fare la cosa migliore, e nella quale Pablo non è un martire, ma un uomo, e come tale spinto dalle necessità ma anche sedotto dal potere.

Pertanto, Narcos riesce, oltre a trovare un elegante pretesto per proseguire oltre la morte di Escobar, a fare ciò che un’ottimo prodotto filmico deve fare. Centra il bersaglio nell’avere come tema centrale un cliché, che fa dunque audience e la fa anche sull’utente più filocinepanettoniano: la droga, l’azione, il sangue e una storia vera. Va però oltre e diventa un prodotto qualitativamente valido, e non solo quindi fonte di ascolti, perché dentro a questo cliché colloca personaggi che sono anche persone, e come tali, non collocabili in uno schema buoni/cattivi.

Quando te lo trovi davanti, il diavolo è una delusione.

 

Article written by:

Avatar

1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi