Narcos: un gioco delle parti... stupefacente!- The MacGuffin
Serie TV

Narcos: un gioco delle parti… stupefacente!

Probabilmente sapete già di che si tratta. Sì, no, boh? Insomma, io comincio così: Narcos è una serie tv iniziata lo scorso anno (2015) sfornata in casa Netflix. Una stagione (la seconda uscirà quest’estate) per 10 episodi di circa 50 minuti ciascuno. La serie tratta le vicende pertinenti il narcotraffico gestito dall’arcinoto boss della droga Pablo Emilio Escobar Gaviria (perché se guardate la serie vi assicuro che non serve Wikipedia per scriverne il nome completo).

Ora, trovo assolutamente poco rilevante starvi a raccontare lo svolgersi degli eventi (peraltro ancora non conclusi), e se volessi farvi un sermone del tipo “è una serie molto importante in quanto vi permette di documentarvi su fatti storici altrimenti poco noti…” giuro che non sarei qui a propinarvelo come recensione. Per carità, io per prima ho cominciato perché sapevo poco della vicenda, ma ciò che rende questa serie davvero stupefacente (alti livelli di comicità) è altro.

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Cercherò di spiegarmi svelandovi il meno possibile: la storia, innanzitutto, ci viene raccontata da uno degli agenti sulle tracce di Escobar, Steve Murphy. Per seguire il caso a dovere, Steve si trasferisce direttamente sul posto, in Colombia. E’ da questo momento in poi che accade qualcosa di piuttosto curioso: se Steve ci mette a parte di un retro(neanche troppo)scena del paese fatto di droga, povertà, prostituzione, omicidi e quant’altro, al tempo stesso i suoi abitanti si mostrano al nostro occhio di spettatore come combattenti. Combattenti per la vita intera, per non essere più condannati alla povertà, per arrivare alla fine della giornata, per essere qualcosa di più di un signor Nessuno.

Primo su tutti, ovviamente, Pablo (Emilio Escobar Gaviria… no ragazzi, sul serio, è peggio di Daenerys nel Trono di Spade) che tenta, com’è noto, di entrare in politica, e in quella fase si rivela appieno nel suo voler a tutti i costi portare un po’ di ricchezza al proprio paese e riscattarne l’immagine. Quell’uomo, quello stesso uomo che il nostro narratore (quello “bravo”, nel nostro gioco delle parti) ci mostra come violento, narcotrafficante, omicida e adulterino, contemporaneamente però crede in ciò che ha, il proprio paese, persino la propria famiglia, con una forza che i nostri cari agenti americani si sognano. La nostra indole di spettatori che devono schierarsi in qualche modo allora si chiede “Ma come, lui non era il cattivo?”.

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Già, perché a quel punto succede che noi perdoniamo Escobar. E’ assurdo, ma lo perdoniamo di essere la persona che Steve ci mostra (e lo fa, come il migliore degli agenti, con prove schiaccianti); lo facciamo perché lui è chiaramente una brutta persona, crudele persino, ma almeno è (diventa?) ciò che è sulla base di una causa per cui combattere, una causa vicina, sua. Dall’altra parte, invece, ci è sempre più evidente l’assenza di cause per gli agenti americani, l’insistenza data dal fare il proprio lavoro “perché sì”, in un luogo e su dei fatti che probabilmente, a scegliere per loro stessi, neppure li sfiorerebbero.

L’ho chiamato dunque gioco delle parti perché ognuno di noi – nei film, ma soprattutto nelle serie TV – non può fare a meno di dividere “i buoni” e “i cattivi”, e al tempo stesso però tende a doversi immedesimare nel protagonista, quale che sia il suo schieramento nella partizione. Bene, in Narcos i protagonisti sono due, e se vogliamo di Steve ci è offerta persino una voce narrante; eppure eccoci qua, pur se straniati, a sostenere maggiormente “il cattivo” per eccellenza, perché, come sempre, è molto più vero dei buoni.

Dato che come sempre voglio ricavarne una morale, credo che si possa dire che da questa analisi venga fuori quanto sia importante porsi una domanda che una canzone di qualche anno fa (di cui non ricordo assolutamente il titolo, ma fa figo fare citazioni) ripeteva molte volte: What do I stand for? (Per cosa combatto?)

E a proposito di serie tv, date un’occhiata anche a Serie Tv News e Serie tv, la nostra droga.

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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