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Orange is the new black 7: l’addio che sa di arrivederci, ma non per la vita

Orange is the new black 7: l’addio che sa di arrivederci, ma non per la vita My rating: 4.5 out of 5

Orange is the new black è stata un avvenimento nella mia vita, ma non me ne sono accorto subito. Infatti questa, ancor più che una serie, è un disegno, un ritratto di che cosa significa vivere. E come ben saprete non è così semplice capire la vita ed ancor meno lo è capire la sua importanza e il suo valore. Credo sia questo il motivo per cui non mi sono accorto di quello che Orange is the new black mi stava facendo.

Orange is the new black, mentre plasma dei personaggi che ti appaiono quanto mai veri e – passatemi il termine – “vivibili”, si mette allo stesso tempo al lavoro su una cosa molto più importante: impara a conoscere i suoi spettatori e li guida in quello che, se preso col piglio giusto, è un percorso di scoperta della speranza nella disgrazia. E ciò che lo rende possibile è il concetto, sempre ben presente nella mente degli autori, di complessità umana.

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Tralasciando le mie introduzioni che sanno di proemio romanzesco, immagino abbiate capito che questo sarà un articolo molto feels (e spero non cringe), perché mi è impossibile analizzare questa serie con severo distacco critico dato lo sconvolgimento totale che ha operato in me. E allora forse potete prendere questo articolo come un invito a godere della stessa linfa di cui ho goduto io; fidatevi, ne varrà la pena.

Vi segnalo, inoltre, che nonostante il qui presente articolo sarà incentrato ovviamente sulla settimana stagione di Orange is the new black, utilizzerò sparsamente riferimenti, citazioni, esempi and whatever anche alle stagioni precedenti. E da qui scaturisce il mio ultimo avviso prima di cominciare: NEVER TRUST SPOILERS, THEY’RE BAD AND DANGEROUS, LIKE A COUPLE OF MICHAEL JACKSON’S ALBUMS.

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Dove eravamo rimasti…

Piper è fuori di prigione e, prevedibilmente, incontra non poche difficoltà nel reinserirsi nella “vita vera”, fuori dal carcere. Ma la vita all’interno della Massima Sicurezza del Litchfield continua; questo apre immediatamente un nuovo scenario per Orange is the new black: la necessità – o chissà, forse un espediente – di gestire due trame parallele che si incontrano su un unico elemento, ovvero la relazione tra Piper e Alex.

La situazione non è particolarmente nuova per la serie, infatti non è la prima volta che vediamo sviluppata una sottotrama all’esterno della prigione; quel che è nuovo è che questa volta non si tratta di una sottotrama, tant’è che è la protagonista herself a far parte di questa trama parallela, il che le consegna lo stesso peso della trama all’interno della prigione. Ma ne siamo proprio sicuri?

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Già da un paio di stagioni se non tre, stavo riflettendo sul fatto che il personaggio di Piper non è più così fondamentale; e di questo gli autori si sono accorti con le giuste tempistiche. Mi spiego meglio. Inizialmente la serie era strettamente incentrata su Piper, attorno alla quale giravano tutti gli accadimenti e i colpi di scena. Ma progressivamente la serie si allontana dalla sua protagonista, il che, sorprendentemente, non è un problema ed anzi, è giusto che sia così. I problemi di Piper a un certo punto diventano meno rilevanti dei problemi che io definirei “dei grandi”.

E questo sposta la mia attenzione su un fatto: Piper altro non era che un occhio, una sorta di cinepresa che ci ha condotti all’interno di un’ecosistema (la prigione) attraverso il nostro stesso punto di vista, che noi credevamo fosse quello di Piper. Pensateci un attimo. La nostra condizione e quella di Piper sono esattamente identiche in termini di conoscenza di una prigione federale; e quale miglior modo di spiegare come funziona una prigione se non facendocela vivere sulla “nostra” pelle, immedesimati nell’occhio di Piper?

La dinamica interessante di questa settima stagione concerne il fatto che Piper continua ad essere un occhio, ma stavolta rivolto all’esterno della prigione, ma con la consapevolezza di un trascorso in prigione, una consapevolezza che, per quanto detto sopra, ormai è anche nostra. E quindi uno dei grandissimi punti di forza di Orange is the new black è stato proprio quello di mostrarci i fatti così come sono, dandoci l’impressione di viverli in terza persona, quando in realtà l’obiettivo era farceli provare direttamente. Non so voi, ma con me ha funzionato alla grande.

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Ma torniamo ancora un attimo su Piper. Trovo che la sua progressiva messa da parte nella trama sia perfettamente coerente con gli obiettivi e i dispositivi narrativi adottati dalla serie. Continuare a calcare la mano su Piper sarebbe stato ridondante, cringe, inutile. Ed ovviamente un altro motivo è che Orange is the new black è una famiglia, non uno stand-alone e i suoi personaggi funzionano solo grazie agli altri e con gli altri. Il che, a livello di sceneggiatura, è fenomenale.

Un grosso affresco culturale

C’è da dire che la serie ci ha sempre abituati bene. Abbiamo costantemente avuto di fronte un prodotto critico, che spinge ad analisi e che lo fa con un linguaggio semplice perché infarcito di esempi e riferimenti culturali calzanti ed estremamente attuali. Nel caso specifico della settima stagione ho trovato azzeccatissima la scelta di parlare del MeToo con un piglio così leggero, quasi ironicamente contraddittorio. Perché questo è ciò che fa Orange is the new black, tratta tabù o problemi interni alla società americana – ma non per questo estranei alle altre società – in modo leggero, senza prendersi sul serio e mantenendo costantemente alto il livello di realismo.

Senza contare il fatto che ogni volta la scelta dei personaggi implicati è senza fallo. Tornando al MeToo, abbiamo implicati Joe Caputo (personaggio straordinario, btw) e la sua compagna Natalie Figueroa, il primo buono come il pane e sempre diretto a fare del bene, la seconda cinica, imbastardita dalla società e profondamente tagliente; lui serve ad evidenziare la portata del problema a livello culturale, lei serve a riportare il discorso su un piano più masticabile quale quello del gioco, dello scherzo, del cinismo, ma di quel tipo di cinismo che sotto sotto è bonario.

Gli esempi sulla profonda riflessione culturale che opera la serie potrebbero continuare all’infinito, ma mi voglio soffermare sull’effetto che la loro trattazione produce. Quello che ci troviamo di fronte è un affresco, sia a livello di temi trattati sia a livello di modi diversi di trattare lo stesso tema. E qui viene confermata la struttura perfettamente autosufficiente della serie, che grazie al suo caleidoscopio di personaggi e alle plurali visioni del mondo permette, di nuovo, di non assumere un punto di vista definito, ma di formare il proprio.

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Capire una vita per capire la vita

Siamo arrivati al momento in cui spiego perché Orange is the new black fa così male, a livello emotivo. O forse dovrei dire MI fa così male, anche se credo valga un po’ per chiunque. Il fatto è che il punto di forza della serie è uno soltanto: i suoi personaggi. Non ci sono grandi virtuosismi registici, forti elementi di attrazione spettacolare, grandi narrazioni epiche o simili; c’è invece una regia sempre salda e calibrata, un unico elemento di attrazione (l’ambientazione in un carcere femminile) e una narrazione strettamente legata alla quotidianità. Eppure la serie è un successo mondiale e ha dei fan quanto mai affezionati.

E il motivo sono ovviamente i personaggi. Partiamo da un fatto: i personaggi si completano a vicenda. Ma questo non in un senso banale del tipo quello è l’anima gemella di quella, ma nel senso che ogni personaggio copre una prestabilita zona di trattazione; in altri termini ogni personaggio svolge una funzione ad esso esclusivamente deputata e da questa funzione non può strabordare, pena l’invasione del campo d’azione altrui, che deve rispettare le medesime restrizioni. Ciò che olea alla perfezione il meccanismo è che lo spettatore non percepisce queste caratterizzazioni come restrizioni, ma anzi riscontra un’ottima coerenza nel personaggio e tra i personaggi. Questo perché ognuno di essi è singolare e di ognuno di essi è possibile tracciare un profilo psicologico, uno sociale, uno culturale e così via. Questo rende il personaggio unico e perfettamente riconoscibile.

È chiaro che l’evoluzione delle protagoniste e dei protagonisti svolge un ruolo organico in tutto ciò, in virtù del fatto che, come detto sopra, gli autori sanno bene cosa significhi complessità umana. Sanno che un essere umano ha determinate caratteristiche, alcune forti e altre deboli, sanno che queste caratteristiche possono modificarsi e sanno che perché ciò avvenga sono necessari un certo tipo di avvenimenti, sanno che le relazioni interpersonali modificano l’individuo. Potrei andare avanti ma questo non è un saggio di psicologia ne tanto meno un manuale di caratterizzazione.

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La settima stagione scopre le sue carte e mette in mostra allo spettatore tutti questi meccanismi sottesi, fino a tornare al principio che aveva generato il tutto: la vita. La prigione, la libertà, qualsiasi esperienza che qualsiasi persona (personaggio in questo caso) vive non è un episodio isolato di una totalità che è la vita, ma invece l’esperienza entra a far parte di quella totalità e contribuisce a formarla, modificarla, renderla viva. Ed è questa forse la caratteristica migliore dei personaggi di Orange is the new black: sono vivi. E questo è uno dei motivi per cui penso che il finale della serie si perfettamente riuscito. Ma di questo parleremo dopo.

Il punto, ancora una volta, è che tutto questo serve a farci riflettere. Per un qualche motivo che non riesco a spiegarmi noi non sperimentiamo le vite dei personaggi passivamente, ma le viviamo attivamente e anzi, scopriamo cose di loro che talvolta nemmeno gli altri personaggi sanno – e in questo senso il dispositivo del flashback è fondamentale. E siccome ci troviamo davanti ai fatti mentre li viviamo, siamo portati a chiederci e a capire cosa avremmo fatto noi al posto loro, perché, quando, capiamo i personaggi se abbiamo avuto esperienze simili, li disprezziamo se identifichiamo una condotta moralmente sbagliata e tutto ciò ci permette di capirci e di aggiustare il tiro.

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L’affascinante instabilità dell’ecosistema

Se Orange is the new black ha capito qual è il miglior modo di tracciare dei “profili di vita” che siano vivi, deve anche aver capito che non tutto è calcolabile. E che anzi, la maggior parte di ciò che concerne il vivere non è prevedibile. Per questo a un certo punto l’equilibrio si rompe, accade qualcosa di irreparabile, per questo subentra l’istituzione e la critica al sistema, per questo veniamo resi parte integrante di ciò che accade. Siamo di fronte ad una serie che, nella settima stagione ancor più che nelle altre, ci fa sempre tenere a mente che non siamo in una favola, che le azioni hanno conseguenze, ma anche che non sempre i rapporti di causa-effetto sono giusti o giustificabili. È per questo che spesso la settima stagione assume i toni di una catastrofe, la quale spesso a sua volta si verifica. Shit happens, direbbe qualcuno.

E quindi è nell’instabilità costante dell’esistenza (mi perdonerete il passaggio filosofico) che si trova l’equilibrio imperfetto della vita. Un equilibrio che non è determinato a priori ma che si determina nel suo farsi divenendo lo specchio della condizione dello spettatore che guarda la serie.

Ed è vero che Orange is the new black dà speranza e la dà spesso; ma è altrettanto vero che la speranza è la faccia ottimistica della medaglia della realtà. L’altra faccia è la disperazione, che di ottimistico ha ben poco direi. Orange is the new black ci mostra la speranza, la quale fa da contrappeso alla disperazione che costantemente aleggia sulle vite delle protagoniste per operare una sintesi ed offrire un quadro dell’esistenza meno cupo di quanto la società moderna ci voglia mostrare.

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Dove siamo arrivati…

Parliamo del finale, senza preamboli né niente. So che a molti è parso un finale amaro, e io sono tra quelli, ma allo stesso tempo l’ho trovata l’unica conclusione plausibile e coerente. Pensateci un momento. Alla luce di quanto abbiamo detto non sarebbe stato un errore imperdonabile il cercare di dare una risoluzione al tutto? Voglio dire anch’io mentre guardavo la settima stagione continuavo a percepire questo senso di non concluso, di continuo accadere che non risolve, ma non è forse così la vita? Come la immaginate voi, che prima di morire tutto acquista un senso e si incasella nel posto giusto? Nah, la vita non conclude.

Prendete la fine della serie come la fine della vita dei personaggi, ma in un universo in cui le loro vite continuano. Cercate di seguirmi. Gli sceneggiatori hanno dovuto trovare il modo di dare una conclusione a qualcosa che una conclusione non ha. E per quanto possa sembrare semplice o scontato, hanno capito che la scelta migliore era lasciare che le cose seguissero il proprio corso. Il che ovviamente è un paradosso dato che c’è una sceneggiatura dietro al tutto, ma avete capito cosa intendo.

Inizialmente avevo pensato che la serie avesse bisogno di più tempo, magari di un’altra stagione per delineare meglio quali sarebbe dovuti essere i destini futuri dei personaggi. Ma poi sono arrivato a capire che questo è semplicemente impossibile. La cosa più sensata è lasciare, dire addio ai personaggi nel momento in cui l’ecosistema è tornato ad essere instabilmente stabile, lasciando il resto alla vita. E per quanto mi riguarda leggere il tutto in quest’ottica mi ha reso la conclusione ancor più commovente.

Ed aveva ragione allora la nostra Francesca Berneri nell’affermare che Orange is the new black è ormai diventata una metafora del nostro tempo.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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