Serie TV

Oz, un capolavoro forse troppo sottovalutato

Oz, un capolavoro forse troppo sottovalutato My rating: 5 out of 5

Cari lettori, ve lo dico subito chiaramente: se non avete mai visto Oz, il vostro archivio personale di serie tv ha una lacuna terribile, che pretende di essere colmata al più presto..

Fatta questa doverosa premessa, un po’ di storia. Se vi piace la tv americana, molto probabilmente conoscerete HBO, un canale via cavo che, nel tempo, ha associato sempre più il suo marchio a serie di eccelsa qualità, molto vicine al cinema per livello di scrittura, regia e recitazione. Per la verità il canale non è associato solo all’alta qualità, ma anche a temi adulti e cruenti e a una quantità abnorme di scene di sesso, specie se tette e culi sono presenti in grande quantità sullo schermo. Tutte caratteristiche che avrete sicuramente notato in capolavori quali The Sopranos, Six Feet Under, The Wire e tanti altri. Ah, su HBO c’è anche la serie più popolare del momento: Game of Thrones (anche se ha svaccato di brutto nell’ultima stagione e ha causato ai lettori di Martin una severa SCTB, ma questo è un altro discorso). Questi risultati eccelsi sono stati possibili anche grazie a Oz, che è stata la prima serie tv di un’ora e di genere drama ad essere prodotta dal canale, con stagioni brevi di 8/10 episodi l’una e durata delle puntate che si aggira sui 50 minuti effettivi. Uno schema di successo ripreso dai prodotti successivi HBO, ma anche da altre serie di altri canali via cavo.

Di cosa parla questo Oz? Non certo di bambine del Kansas che per tornare a casa devono battere i tacchi tre volte, anche se non manca qualche riferimento. Oz mette in scena la vita quotidiana di un gruppo di detenuti in un braccio dell’immaginario ma ugualmente durissimo penitenziario statale di Oswald. Il teatro della maggior parte delle vicende è chiamato, nella versione italiana, Paradiso, adattamento orrendo che fa perdere una delle strizzate d’occhio a Il Mago di cui parlavo prima: il nome originale è, infatti, Emerald City. Questa particolare sezione del carcere è diretta da Tim McManus, un idealista che crede fermamente nella possibilità di rieducare e riabilitare anche i più pericolosi criminali. All’interno della Città di Smeraldo, perciò, le cose funzionano un po’ diversamente rispetto al resto di Oswald. Le celle sono tutte in plexiglas e la loro trasparenza le rende meno opprimenti rispetto alle classiche sbarre. Inoltre, restano aperte per la maggior parte della giornata e i detenuti hanno a disposizione una sorta di atrio comune, dove possono trascorrere il tempo insieme. In cambio, devono mettersi a disposizione in cucina, come bibliotecari, per le pulizie e per tutti i lavori “socialmente utili” necessari ad Oswald.

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Inutile dire che la dura realtà carceraria si scontrerà sistematicamente con l’idealismo un po’ ingenuo di McManus. Né il lavoro né il tempo trascorso nella sala comune aiutano a socializzare correttamente i detenuti e si rivelano, anzi, occasioni per pianificare rivolte, omicidi, violenze di ogni genere, subdoli piani per modificare lo status quo. Nella serie non esiste una vera e propria trama, esiste semplicemente un luogo (Emerald City) che , ad ogni episodio, cerca disperatamente di mantenere i suoi delicati equilibri, non riuscendoci quasi mai. Le gang sono formate principalmente su base etnica o religiosa e sono le più classiche delle prigioni americane: ci sono gli ariani, gli afroamericani, i latinos, i mafiosi italiani, gli irlandesi e molti altri. Ognuna di queste componenti ha il suo posto nel mondo del Paradiso, ma è sempre in lotta per guadagnarsi maggiore potere e influenza. Da conquistarsi, il più delle volte, attraverso bagni di sangue. La spirale di violenza non risparmia nessuno, la tag-line della serie – un altro riferimento a Dorothy, opportunamente modificato – è la sintesi più eloquente per descrivere Oswald: “It’s no place like home”.

A guidarci attraverso la Città di Smeraldo è Augustus Hill (Harold Perrineau) – personaggio a mio dire immenso – un detenuto costretto sulla sedia a rotelle e, forse proprio per questo, uno dei pochi a essere riuscito a tenersi fuori dal terribile gioco che regola la vita della prigione. Come narratore fuori campo mai di troppo, egli può, perciò, raccontarci da un punto di vista neutrale e con un amaro e disilluso sarcasmo  le storie degli altri detenuti. Dal suo racconto emergono distintamente alcune figure chiave di Emerald City, vera forza della serie. Molto spesso si tratta dei leader delle diverse gang, anche se non sempre è così. Queste figure – nel bene o nel male – vi rimarranno dentro per molto tempo, tanto spietate quanto profondamente umane, nei pochi momenti di normalità vissuti nell’arco delle sei stagioni.

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Oz è una serie con una sottilissima trama portante ed è ambientata in un numero ristrettissimo di set. Realistica e cruda fino all’eccesso,  è comunque riuscita a ritagliarsi a pieno diritto un posto nella storia della serialità televisiva.  5 stelline piene, senza se e senza ma. Se l’avete vista e non vi è piaciuta, allora è probabile non mi vi piacciono le serie tv in generale. Se non l’avete vista, correte subito a recuperarla, vi assicuro che non ve ne pentirete!

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Article written by:

Mattia Carrea

Nato nel 1988, passa buona parte dei suoi 28 anni a seguire le più grandi nerdate mai prodotte nella storia del cinema e della televisione. Difficilmente scriverà di grandi film d'autore, siete avvisati!

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