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Rabbits: la caricatura di David Lynch, firmata David Lynch

Rabbits: la caricatura di David Lynch, firmata David Lynch My rating: 2 out of 5

L’autunno porta con sé pioggia, tisane e tanta voglia di recuperare qualche chicca orrorifica; ma quando si è drammaticamente vicini ai trent’anni e si ha passato l’adolescenza in compagnia di Dario Argento, le cose capaci di stupire cominciano a scarseggiare. Per non rischiare di restare delusa, ho deciso di affidarmi a uno che più inquietante di così si muore, il genio del soprannaturale e dell’incomprensibile, colui che ha reinventato il concetto di serie tv: nientemeno che David Lynch. E, sempre perché quando si avvicinano il trenta il tempo libero viene centellinato con il contagocce, ho deciso per qualcosa di molto rapido e, mi auguravo, altrettanto terrificante: Rabbits, miniserie di sette corti per un totale di una quarantina di minuti, girata dal nostro nel 2002 completamente in digitale, allestendo il set nel cortile di casa.

In Rabbits Lynch ha ripreso il suo personale trio delle meraviglie già protagonista di Mulholland Drive e lo ha dotato di musi da coniglio molto poco teneri e parecchio inquietanti: Naomi Watts, Scott Coffey e Laura Elena Harring passano il tempo in una stanza a metà tra il salotto, l’ingresso e il disimpegno e parlano. Ma pochetto: per la maggior parte dei minuti, Rabbits è fatto di silenzio, rumori di sottofondo che vorrebbero indurre un po’ di tensione nello spettatore, risate registrate piazzate nei momenti meno opportuni e poco altro. Le parole non seguono un filo logico: si intuisce che i tre siano accumunati da uno spaventoso segreto, e morta lì.

Con Rabbits, pare che David Lynch volesse sia creare una mini serie vagamente horror, sia prendersi gioco delle sit-com tradizionali, sia fare della psicologia spiccia su alienazione e rapporti interpersonali: ecco, diciamo che tutto l’insieme è riuscito a metà. Rabbits è sicuramente un esercizio di stile e un divertissement, ma solo per il regista; lo spettatore più che turbato è mortalmente annoiato. Dire cose come “sangue”, “pioggia” e “notte” mette ben poca paura, se non segue un filino d’azione; e a poco valgono le risate disarmoniche, le porte sbattute e gli urli finali messi in sottofondo giusto per épater les bourgeois.

Senza dubbio non sono abbastanza raffinata per cogliere tutte le sfumature che quest’opera imprescindibile per il pensiero occidentale presenta, ma ho passato la maggior parte del tempo a controllare l’orologio e a chiedermi se sarebbe mai successo qualcosa. Spoiler: no. Devo tuttavia ammettere che avrei fatto meglio a vederlo qualche anno fa: a quell’epoca la quantità di tempo libero era significativamente maggiore, e dunque sprecare quaranta minuti della mia esistenza non mi sarebbe sembrato così imperdonabile. E soprattutto, sarebbe stata un’esperienza che mi avrebbe saggiamente evitato di calarmi tutta la terza stagione di Twin Peaks alla disperata ricerca di un senso generale.

Però Rabbits ha due pregi inconfutabili: dura poco più di mezz’ora e lo si trova comodamente su YouTube. Se siete a corto di argomenti di conversazione, investite una pausa pranzo nella visione: poi potrete darvi un sacco di arie da cinefili intellettuali. Ma vi avverto: dovrete bere un sacco di caffè.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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