Serie TV

River, in brevitas stat virtus

River, in brevitas stat virtus My rating: 5 out of 5

Se vi siete rotti le palle delle serie TV con ventordici stagioni, River è ciò che cercate.

Ancora una volta, anche parlando di River parliamo di Netflix, per la precisione di quegli angoli della piattaforma meno esplorati dall’utente medio. Da quegli angolini bui infatti è emerso questo gioiellino che vi propongo oggi, tanto breve nel titolo quanto nella durata.

River, che conta infatti 6 episodi della durata di circa un’ora ciascuno, è una serie del 2015 firmata BBC e finita su Netflix la scorsa estate. Protagonista dei fatti è l’incredibile detective John River, interpretato da nientepopodimeno che Stellan Skasgård. La serie, più che seguire le vicende relative ai casi, quasi irrilevanti e comunque minime, ci mostra un più che intimo ritratto del protagonista, che fa i conti con un problemino non da poco. La sua collega, Jackie Stevenson (detta Stevie), alla quale egli era particolarmente legato, è morta durante un caso, investita da un’auto… ma lui la vede ancora. Non solo la vede, ma la sente, le può parlare, e lei gli può rispondere.

E non è finita qui!

Il problema, per giunta, si estende anche ai casi di cui tenta di occuparsi: River vede le vittime, le quali, in barba a qualsiasi aspettativa, non lo aiutano né nulla del genere, semplicemente gli parlano, si raccontano. Potrete immaginare che, non riuscendo ad ignorarli, il detective abbia un po’ di problemi di reputazione e non sia proprio facile interagirvi.

Se poi consideriamo che costui è il suo capo, alcuni di voi sapranno che il nostro protagonista non avrà vita facile. Tranquilli però, nessun “For the watch”.

Ma la serie, si diceva, ha come peculiarità e meraviglia il fatto di seguire dei fatti in minor misura, quasi solo per non rendere la vicenda noiosa. Il focus vero è proprio il viaggio interiore di River, reso in maniera indefinibile a parole dal talento di Skasgård. L’uomo fa i conti con il dolore e l’amore, nonché l’accettazione della verità, in ogni sua sfumatura, complice anche una terapia psichiatrica non proprio perfetta, ma comunque utile. Lo fa attraverso momenti di delirio più totale, di sprofondamento, e momenti di risollevamento e comprensione, fino ad approdare ad un finale da chiusura di sipario, equilibrato, scenograficamente superbo e che vi farà versare il cuore in lacrime.

Come è possibile?

Prima di tutto per un motivo: la vicenda di River inizia e finisce in un tempo relativamente breve. Sei ore di serie TV, una sorta di film molto lungo, più che una serie vera e propria. Si divide equamente tra i tentativi di comprendere le ragioni dell’omicidio di Stevie, le indagini relative ad altri casi e l’analisi del protagonista, dei suoi rapporti con gli altri e con se stesso. Alterna perfettamente momenti di forte inquietudine, talvolta addirittura macabri, con momenti dalle tinte comiche e momenti di una dolcezza indefinibile, mai stucchevole e sempre dritta al cuore.

Dunque, scegliete River se siete stanchi di serie TV che si trascinano disperatamente avanti da secoli senza avere più nulla da dire, per il gusto del guadagno. Sceglietela se volete una serie che mantenga però le caratteristiche di un film, in tutto e per tutto. Se volete vedere cosa significa cimentarsi in un ruolo davvero difficile, in una serie che è perennemente focalizzata sul solo protagonista, cosa significa dover rendere mille sfaccettature delle emozioni più istintive e primordiali e al tempo stesso quelle di una psicosi, e farlo attraverso pochissimo dialogo. Sceglietela se volete la conferma che si può parlare d’amore senza cadere nel banale, nello stomachevole, realizzando comunque scene capolavoro, indimenticabili e capaci di far piangere anche le pietre.

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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