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Serie TV

Sherlock, ovvero le deduzioni, le interpretazioni, le emozioni e gli sceneggiatori

Sherlock, ovvero le deduzioni, le interpretazioni, le emozioni e gli sceneggiatori My rating: 4.5 out of 5

Ho la sensazione che parlare di Sherlock sarà una delle cose più difficili che abbia mai scritto. Sarà che effettivamente ho amato questa serie, anche se non senza titubanze iniziali; sarà che amo Benedict Cumberbatch in praticamente ogni cosa che fa, tranne nell’avere una faccia così tanto da brontosauro; e infine sarà che la serie possiede una delle migliori sceneggiature che mi sia mai capitato di vedere in una serie tv (e non solo).

Quindi sì, lo avete capito: sarà un articolo di elogio a Sherlock e lo sarà fino in fondo, e quindi anche con le dovute critiche.

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Sicuramente l’immagine più banale per cominciare.

Essendo una serie così particolare (4 stagioni, ognuna di soli 3 episodi, ma di 90 minuti ciascuno) ho deciso di prenderla in esame passando in rassegna una stagione dopo l’altra: anche perché sono convinto che il livello della serie cambi da stagione a stagione. E quindi andiamo.

Piccola chicca: giusto qualche giorno fa è trapelata un’ipotetica dichiarazione su un’ipotetica quinta stagione di Sherlock. Il commento sarebbe arrivato dal proprietario dello Speedy’s bar che ha spesso avuto a che fare con la produzione. Quindi avremo una quinta stagione? Anche a voi sa di minchiata? Anche a me.

Articolo minato di spoiler in ogni sua parte, se non hai visto Sherlock fatti da parte.

Prima stagione

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Martin Freeman all’età di 14 anni.

Devo ammettere che la prima stagione non mi ha convinto fino in fondo. Il primo episodio funziona bene: è introduttivo, presenta i personaggi in un modo talmente caratteristico da essere eclettico e ci inserisce bene in quello che è il mood di Sherlock: episodi veloci (nel senso di svolgersi delle azioni), Sherlock che è una delle cose più lontane da un essere umano, Watson sempre confuso e il primo abbozzo di amicizia e complicità. Tutto molto bello, ma il secondo episodio mi ha fatto parecchio cagare. Non so, è un po’ troppo lento, a tratti anche noioso e sinceramente, a posteriori, non ne ho vista l’utilità. Infine il terzo episodio: intrigante certo, ma a un certo punto rischia di diventare fin troppo iterativo nel seguire sempre lo stesso schema di svolgimento. Ma se non altro il terzo episodio rivela finalmente Moriarty, il che dà una continuità come serie alla serie. Ed è proprio questo il mio problema con la prima stagione: gli episodi non sembrano parte di un unico intreccio narrativo, ma sembrano piuttosto una seriazione di casi da risolvere senza un preciso scopo. L’unico elemento di continuità è il cellulare usato da Moriarty per contattare Sherlock, che guarda caso è lo stesso del caso del primo episodio.

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“You got damn right!”

Questo ovviamente non significa che non abbia trascorso la prima stagione tutto intrigato e col fiato sospeso. Anche perché la stagione è utilissima nel presentare tutti i personaggi e nell’inquadrarli bene nella narrazione. Tuttavia a conti fatti la trovo la stagione più debole.

Seconda stagione

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Riassunto dell’intera stagione.

Al di là dei nudi integrali, eccoci finalmente arrivati con lo Sherlock che piace a me. La stagione ci presenta per la prima volta il detective che va in difficoltà nella risoluzione di un caso, come accade nel primo episodio; e addirittura ce lo presenta nell’atto di mettere in dubbio se stesso, come accade nel secondo episodio. Anche nella seconda stagione, come nella prima, il primo episodio è superiore al secondo, anche se stavolta il confine è più sottile. Ma il primo episodio è stupendo perché siamo sospesi sul filo del dubbio fino alla fine, quando Sherlock riesce a smentire il suo fallimento. Il tutto, come sempre, con giochi di incastri, false rivelazioni e la tipica faccia di Watson che non capisce un cazzo.

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Il secondo episodio invece, come dicevo, un po’ più sottotono ma utile per mostrare un lato più umano di Sherlock e del rapporto tra lui e Watson.

Ma poi c’è il terzo episodio. Il terzo episodio è un po’ come entrare in casa e trovare una festa a sorpresa per il tuo compleanno, senza sapere però che, tra le sorprese, c’è anche la morte. Quest’episodio ha fatto malissimo: ho provato un impulso autodistruttivo una volta arrivato alla fine, confuso tra il bene e il male, senza sapere cosa fare; perché Sherlock era morto, ma era ovvio che non fosse vero, ma tu sei costretto a crederci comunque per un po’, lo shock è troppo forte. Ma al di là dei sentimentalismi sfrenati, la potenza dell’episodio sta soprattutto nella sua costruzione. Qui l’abitudine degli sceneggiatori nel darci sempre appigli a cui aggrapparci che poi immancabilmente vengono smentiti raggiunge l’apice: a un certo punto siamo quasi portati a pensare che tutto quello che sappiamo è falso, ma comunque non abbiamo idea di quale possa essere la verità. E il gioco di Moriarty nel distruggere la reputazione di Sherlock per indurlo a fare il suo, di gioco, è geniale e difatti non si può non amarlo.

Uno dei grandi punti di forza della serie è proprio questo: in realtà siamo tutti affascinati da Moriarty e alla fin fine desidereremmo sempre che tornasse. E questo succede perché è indubbiamente un personaggio divertente e simpatico, ma soprattutto perché è l’esatta controparte di Sherlock, la sua nemesi, una persona geniale tanto quanto lui ma che non “sta dalla parte degli angeli”. Io lo amo.

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Il vero riassunto della seconda stagione.

Terza stagione

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E quindi poi Sherlock è tornato: tra le ire di John Watson e l’apparente freddezza del detective il duo si riunisce, anche se oramai è arrivata Mary. Il ritorno sulla scena di Sherlock è da vero figlio di puttana e se fossi stato in Watson non gli avrei mai più parlato per tutta la vita. Ma serviva a mandare avanti la serie e così aveva scritto Conan Doyle, quindi… proseguiamo.

La terza stagione è davvero intensa, anche e soprattutto perché è quella in cui il legame di amicizia tra Sherlock e John si stringe saldamente e in maniera definitiva. In un certo modo è anche la stagione un po’ più rilassata, perché c’è anche lo spazio (di un intero episodio) per fotografare il matrimonio tra John e Mary, in cui Sherlock fa un discorso a dir poco memorabile. Ma gli sceneggiatori non sono contenti se non avvengono crimini e quindi anche in un giorno di festa vengono salvate delle vite e arrestate delle persone.

Il vero colpo di scena I veri colpi di scena avvengono, come ormai di consueto, nel terzo episodio e anche stavolta stravolgono giusto un pochino gli equilibri: Mary è un agente segreto e Moriarty ritorna nonostante fosse morto.

Credo che tutto il bello di Sherlock si riveli nella terza stagione. È in questa stagione più che in tutte le altre (la quarta è un caso a parte) che si realizza l’incredibile intreccio della sceneggiatura, che recupera, unisce, allinea e conclude i filoni sviluppati con incastri e riprese da urlo, rendendo necessaria ogni parte della sceneggiatura stessa. Certo, qualche buchetto qua e là lo troviamo, ma sono cose da leziosi maniacali, quindi tutto a posto.

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Ma la cosa che trovo ancora più bella è che ormai la serie non racconta più del detective Sherlock Holmes, ma sta raccontando la storia di un’amicizia profondissima. I casi non servono più per mostrare l’abilità di Sherlock nel risolverli, ma sono l’espediente narrativo per raccontare e per mettere a posto i tasselli della vita dei due protagonisti (perché due sono). Ed è per questo che ci emozioniamo così tanto nel vederli soffrire o nel sapere che sono in pericolo, è per questo che non riusciamo a fare a meno di loro. Questo è un autentico capolavoro di sceneggiatura.

L’abominevole sposa

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Quel baffo.

Già, perché gli ideatori hanno deciso di regalarci anche questo. E noi gli vogliamo bene. Quindi, mentre aspettiamo con l’ansia che esplode la quarta stagione, arriva al cinema l’episodio speciale. Ed è ambientato nel 1895, circa. Quest’episodio è stellare, la continua oscillazione tra passato fittizio e presente è di un’efficacia spaventosa e pullula di riferimenti letterari al nostro Conan Doyle. Inoltre è di immensa utilità a fini della serie, nel senso che non costituisce un universo a parte, ma è a pieno diritto interno alla serie e la completa e la arricchisce. L’espediente del palazzo mentale è da erezione immediata. Chiedo scusa ma parlo anche per il volgo.

Approfitto per sottolineare una cosa che non ho ancora rimarcato. Le interpretazioni sono gigantesche: ogni singolo attore è bravo, nessuno recita male ed è lodevole per una serie di questa struttura, perché sostanzialmente gli attori che sono presenti dall’inizio alla fine è come se recitassero in 12 film diversi ma collegati (13 per chi c’è anche ne L’abominevole sposa). Un’ovvia nota di merito va attribuita a Benedict Cumberbatch e Martin Freeman che sono spettacolari, ma non dimentichiamoci di Andrew Scott (Moriarty) che è super inquietante e super divertente; e non dimentichiamoci nemmeno di Mark Gatiss (Mycroft Holmes) che oltre ad aver scritto una sceneggiatura da 14 premi Oscar è anche il fratello maggiore di Sherlock ed è un personaggio senza il quale la serie perderebbe di senso ed efficacia.

Tutto ciò per dire che il Benedict Cumberbatch versione Sherlock Holmes del 1895 è troppo figo per essere vero.

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Quarta stagione

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“Porca puttana sono strafatto”

Ebbene ci siamo. A detta di molti la miglior stagione di Sherlock, a detta mia è impossibile dirlo. Esclusa la prima stagione, che è più debole, le altre sono tutte di un livello altissimo, con forse solo la seconda leggerissimamente indietro. E inoltre l’ultimo episodio della quarta stagione è in assoluto uno dei migliori (se non il migliore) dell’intera serie. In una cosa è unica questa stagione: le emozioni e i rapporti umani che sono il nucleo focale di tutto quello che succede e svincolano definitivamente il personaggio di Sherlock dall’artificialità; egli è pienamente umano. Ma un articolo dettagliato sulla quarta stagione esiste già, io voglio concentrarmi su altro.

Concentriamoci sul finale. A mio avviso è sbagliato, un lieto fine troppo forzato e che in certo modo “sporca” quello che si era costruito e il modo in cui lo si era fatto. La riconciliazione finale della famiglia Holmes mi sembra un po’ una paraculata: voglio dire, avete una psicopatica in casa – un’affascinante psicopatica – ma va tutto bene e suoniamo il violino. E poi la consacrazione finale nella leggenda di Sherlock e John fatta dalla voce di Mary… BAH! Era davvero necessario un lieto fine di questo tipo? Ne avevamo bisogno, noi? E ne avevano bisogno i personaggi? Non sarebbe stato meglio chiudere, chessò, su una battuta tra Sherlock e John oppure su una conversazione tra i due e poi camera che si allontana e voci che si affievoliscono, senza mitizzazioni e consacrazioni? Questa è la mia opinione, magari ad altri è piaciuto così, ma a mio parere questa scelta snatura la natura (perdono il bisticcio) della serie. E quindi io voglio ricordarli così.

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Che poi magari ci ritroveremo a parlare di una quinta stagione, quindi tutto questo sarà stato inutile.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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