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“Six Feet Under” e il tabù della morte in Italia

“Six Feet Under” e il tabù della morte in Italia My rating: 5 out of 5

Six Feet Under (letteralmente “sei piedi sotto”, circa tre metri e mezzo, la profondità a cui viene posta una bara) è in assoluto la mia serie preferita.

Mentre molte serie partono col botto e poi si perdono per strada, questo telefilm ha sia uno degli episodi iniziali più belli, sia forse l’episodio conclusivo più bello della storia. Roba che Lost puliscigli le scarpe.

La serie, però, fu molto maltrattata in Italia: comprata da Mediaset in quasi contemporanea, le prime tre stagioni furono trasmesse in orari infami e, soprattutto, spostate sul palinsesto come tappabuchi a orari che oscillavano tra l’una e mezza e le tre di notte. Io tapina che avevo ancora un registratore e andavo alle superiori ero costretta a inseguirlo, spesso con scarso successo.

Sì, io all’epoca in cui le mie compagne debuttanti (ma questa è un’altra storia) guardavano The O.C. seguivo Six Feet Under.

Poi, dopo la messa in onda della terza stagione, il telefilm scomparve per molto tempo dal nostro mercato: ci vollero anni perché venissero pubblicate, in home video, le due (abbastanza scioccanti) stagioni finali.

Si parla di poco più di dieci anni fa, ma sembra una vita: se oggi i temi “scabrosi” sono all’ordine del giorno nei telefilm, e si quasi fa a gara a chi calca di più la mano, in quel periodo ancora i prodotti HBO rappresentavano la grande avanguardia.

Ma quali erano le motivazioni per cui il palinsesto italiano temeva questa serie?

Diciamo che, sul tema “argomenti scabrosi”, faceva l’ein plein. Droga. Sesso promiscuo. Omosessualità. Aborto. Incesto, seppur accennato.

E poi beh, lei, la grande elegante signora che era la protagonista della serie: la Morte.

Il punto è che c’è un fuori sincrono di base, tra il nostro modo italiano di intendere la morte e quello anglosassone. Specie nel nord Italia, “esorcizzare” la morte significa allontanarla da sé. Nasconderla, relegarla lontano. Dimenticare e andare avanti.

Toccarsi le balle quando passa il carro funebre. (O ferro nel caso tu sia sprovvisto dell’equipaggiamento balle).

In Gran Bretagna e in Nord America, invece, esiste tutta una realtà legata al funerale che qua si fatica a comprendere: a un funerale si mangia, c’è il buffet, il morto viene esposto per essere “salutato”. E per far sì che avvenga questo esiste la figura professionale del “truccatore dei morti”, un vero e proprio artista – nel telefilm, il collaboratore ispanico della famiglia, Federico – che non solo imbalsama i corpi (un lavorone, che in Italia non è neanche concepito ma in USA è invece la prassi standard), ma ha la responsabilità di rendere “presentabili” anche salme finite in un frullatore gigante oppure schiantate contro un platano in un’auto in fiamme.

Proprio di questo business si occupa la famiglia Fisher, protagonista della serie: preparare la salma, far scegliere la tipologia di funzione che si preferisce ai cari del defunto, il tipo di bara – hanno uno stock in salotto, con campione del legno e dei rivestimenti interni – e, soprattutto, preparare il corpo.

Un’idea geniale dell’episodio pilota sono i finti spot che intervallano le scene e che pubblicizzano in maniera entusiastica prodotti di bellezza o utilità per i morti:

Ora, siamo in un paese dove le Pompe Funebri Taffo si beccano continui rimbrotti per il modo ironico e lo humor nero con cui promuovono il loro lavoro. Dove la nostra Festa era quella dei Morti, lumini, silenzio e dolore, e Halloween (di matrice, vuoi caso, anglosassone), che invece è tutto caramelle e zucche sorridenti, viene annualmente additata come opera del demonio. Dove non si riesce, insomma, a scherzare sulla morte o “alleggerire” il carico.

È chiaro che questo prodotto televisivo fosse un oggetto abbastanza difficile da maneggiare.

Ogni singolo episodio si apre con la morte di una persona: entriamo negli ultimi istanti di un personaggio, di un essere umano – spesso, non indovinando subito a chi toccherà – che vedremo morire nelle maniere più disparate. Incidente stradale. Soffocamento. Tagliato in due da un ascensore. Bambino suicidato per sbaglio con un’arma casalinga. Aneurisma.

Di volta in volta, il “cliente” di cui la famiglia di becchini si occuperà. La prima scena si chiude, sempre, con una caratteristica schermata bianca, il nome del morto, data di nascita e data di morte.

(E sarà mooooolto importante impararlo sia per il finale, sia per uno dei colpi di scena più scioccanti della serie all’inizio della terza stagione).

La prima morte a cui assistiamo, nel primo episodio, è proprio quella del capofamiglia, titolare delle pompe funebri. Questo evento innescherà una serie di conseguenze, prima fra tutte il rientro all’ovile del figliol prodigo, costretto a prendere le redini di un’azienda da cui aveva tentato invano di affrancarsi.

È una serie piena di humor, molto nero ovviamente, e con molto nero intendo:

“Ora i Baby Boomers stanno entrando nei sessanta, si prevede un incremento dei guadagni nel prossimo futuro!”.

“Poverini, questa coppia è arrivata in obitorio sfigurata. Dopo che ci ho lavorato, sono tornati bellissimi, come i due sposini sulla torta! Il mio capolavoro!”

E l’humor nero non risparmia il settore marketing: la Collector’s Edition delle cinque stagioni sembra a tutti gli effetti una tomba con tanto di praticello

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Però è anche una serie piena di poesia e, a parte che vale la pena di vederla solo per arrivare all’episodio conclusivo, basta poco per capire ben presto che sopra ho detto una cazzata gigante: la vera protagonista di Six Feet Under non è la Morte, ma la Vita.

Quello che forse noi in Italia non capiamo, così culturalmente spaventati dalla morte tanto da azzerarla e fingere che non esista, è che i funerali anglosassoni non servono soltanto per piangere la morte di una persona. Servono, soprattutto, per celebrare la sua vita, la persona che era. Per renderle giustizia.

E questa serie è una celebrazione della vita. Ti prende per i capelli e ti dice: “comunque vada, questo è il tuo tempo a disposizione, e ne varrà sempre la pena”. Il tempo rappresentato da quel trattino tra le due date di nascita e morte.

Una serie bellissima, che ha fatto da apripista a molto di ciò che vediamo in televisione oggi, recitata da dio, con nel cast un Dexter pre-Dexter (Michael C. Hall, nel ruolo di uno dei fratelli Fisher). Una sceneggiatura mostruosa, che ha dovuto cedere la palma di “perfezione” soltanto a quel gioiellino di Breaking Bad.

In questo periodo Sky trasmette la serie su Sky Atlantic ed è anche disponibile, per intero, su On Demand. Più facile di così.

Ok, spero di avervi convinto. E se durante questa recensione vi siete toccati le balle anche solo una volta, siete brutte persone.

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Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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