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Stranger Things: Twin Peaks, Stephen King e Carpenter possono bastare?

Stranger Things: Twin Peaks, Stephen King e Carpenter possono bastare? My rating: 5 out of 5

Stranger Things: la serie che è già culto perché materialmente fatta di immaginario di culto.

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Che tipo di serie è?

Il fatto che Stranger Things stesse ricevendo plausi e lodi praticamente in ogni dove – lo ammetto – mi ha insospettito: solitamente l’unanimità degli elogi fa ineluttabilmente da preludio al baratro dello schifo. Esistono fortunatamente dei casi, i più rari, i più preziosi, dove la critica ci ha visto giusto e la serie targata Netflix è uno di quelli.

Non mi nascondo: l’ho finito ieri e di Stranger Things sono già pazzamente innamorato. Non è una di quelle serie spasmodiche, alla Breaking Bad, che ti battono il culo come il cowboy al cavallo, non ansimi per vedere il prossimo episodio. Stranger Things ti lascia il tuo tempo per digerire, l’episodio successivo può attendere anche un giorno o due (non di più, siamo chiari). I pasti che ti serve sono sostanziosi, corposi e densi, piatti che non si possono buttare giù troppo in fretta, ma vanno assaporati.

Ora, non cercate originalità, perché non ne avrete. La serie punta forte su elementi come la nostalgia, come il ricordo per un’epoca “appena” scomparsa, ma che è ancora palpabile, presente. Gli anni Ottanta: che periodo straordinario da raccontare; l’epoca dove quello che oggi è cult allora era film in sala, dove potevi uscire e rientrare dal cinema vedendo a ripetizione roba come Ritorno al Futuro, Guerre Stellari e La Cosa di Carpenter.

Stranger Things opta per puntare forte sull’elemento amarcord, tanto che da molti è stata vista come banale “caccia alla citazione” di tutti quegli elementi della cultura pop che vengono mostrati. Ma è davvero così?

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Quando le storie erano possibili

Comincio col dire che ridurre una serie complessa come Stranger Things a semplicistico riuso di formule note al pubblico è banale, più banale di quello che sarebbe una serie impostata secondo quel canone. Gli Eighties raccontati in questa mini-serie non possono essere solo terreno fertile per strizzare l’occhio al pubblico nostalgico, anche perché cerchiamo di pensare a chi sono i potenziali fruitori di una serie uscita su una piattaforma come Netflix.

Chi è che sfrutta di più Netflix? Non ho le stime sotto mano, ma penso di poter supporre con ragione che siamo noi, quelli che negli anni Ottanta ci sono anche nati magari, ma che di certo non ci hanno vissuto il periodo tra infanzia e adolescenza.

I più nostalgici di tutti, miei adorati, sono quelli che non hanno vissuto le epoche di cui hanno nostalgia (non citerò i fanatici del “Quando c’era LVI”, ma ci siamo capiti), Woody Allen ci ha costruito addirittura Midnight in Paris su questa deviazione, per la miseria.

I Duffer brothers, creatori di Stranger Things, hanno intelligentemente capito che il pubblico voleva un racconto ambientato nell’ultimo periodo in cui l’epica dell’infanzia e l’epopea della crescita fossero ancora possibili, ovvero lo stesso periodo in cui sono nate le nostre storie, quelle con le quali noi – il pubblico di oggi e quindi anche di Netflix – siamo cresciuti. E parliamo quindi dei Goonies, delle sessioni di Dungeons & Dragons, dei film coi mostri, dei serial killer alla Freddy Krueger, parliamo degli anni Ottanta. Il declino degli anni Ottanta è stato l’avvento della (nostra) nostalgia, l’avvento del futuro, dell’oggi senza fascino attaccati a un presente esangue di mistero, di fantasia.

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Un po’ di trama

Stranger Things mi ha immediatamente ricordato Twin Peaks di Lynch: una piccola comunità con molti segreti alle prese con una tragedia da gestire e un mistero da risolvere. Al pari di Twin Peaks la storia è ambientata in un sobborgo, una realtà con cui noi italiani possiamo molto più facilmente identificarci, rispetto alle megalopoli in stile L.A. o New York, una zona isolata e circondata dai boschi (il luogo del mistero per eccellenza). Il racconto è serrato, quasi aderente ai principi aristotelici di unità di tempo e spazio: la vicenda della prima stagione si svolge in pochissimi giorni e possiamo dire che assistiamo all’azione quasi “in diretta”, senza troppi salti temporali.

Nella cittadina di Hawkins un giorno il piccolo Will, membro di un gruppetto di quattro ragazzini amanti di D&D (che avrà un ruolo piuttosto rilevante nella vicenda), viene rapito da un non ben specificato mostro. Contemporaneamente in città arriva una misteriosa ragazzina vestita di un camice da ospedale e con i capelli rasati (Millie Bobby Brown). Unico segno distintivo il numero undici tatuato sull’avambraccio.

La storia si concentra quindi sulla scomparsa di Will che fa da preludio a una serie di altre sparizioni. La catena di tragedie spinge lo sceriffo Hooper ad indagare sui fatti, trovando come unica connessione il misterioso centro Hawkins, diretto dal sinistro dottor Brenner (Matthew Modine, alias soldato Joker di Full Metal Jacket). La zona è militarizzata e recintata, ma tutto fa supporre che all’interno si facessero degli strani esperimenti legati alla bambina fuggita…

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Più che citazioni, un intero immaginario

Il mondo di Stranger Things, al di là del mistero e delle derive fantascientifiche, è quello dell’immaginario anni Ottanta: le ragazze hanno i capelli cotonati, i ragazzi del liceo si dividono tra bulli e weird/nerd, i ragazzini giocano a Dungeons & Dragons. Quello della serie, però, non è semplice fan service, ma la vera e propria ricostruzione di un’epoca e delle sue topiche.

Il citazionismo quindi non sta tanto nel piazzare Should I stay or should I go dei Clash (o Heroes di Bowie, o White Rabbit dei Jefferson Airplanes, o Atmosphere dei Joy Division, ecc.), oppure nel mettere in mano a una comparsa Cujo di Stephen King, ma nella costruzione registica dell’intera impalcatura. La colonna sonora, ad esempio, è un omaggio palesissimo al Carpenter compositore e si sposa alla perfezione con l’immaginario horror anni Ottanta, a cominciare dalla sigla e dal logo della serie, che sembra tratto dalla copertina di un libro del Re del Terrore. Ci sono il Reiner di Stand by Me e lo Spielberg di E.T. L’Extraterrestre (dai quali già J.J. Abrams aveva pescato a piene mani per il suo Super 8), ci sono il Cronenberg di Scanners e il Carpenter di The Fog, ma al di là di questo, al di là del giochino a riconoscere le citazioni, c’è il sapore di un’epoca passata nelle quali affondano le radici più che della nostra cultura, del nostro immaginario.

Per quanto riguarda la ricostruzione degli Eighties l’unico film con cui mi sento di paragonare Stranger Things è quel capolavoro di Donnie Darko (per chi non ci avesse mai capito una cippa eccovi la spiegazione), ma la serie di Netflix va oltre, ricostruendo un vero e proprio microcosmo con le sue coordinate, dove i personaggi paiono essere quelli di E.T., di Stand by Me, o di Explorers di Joe Dante: un gruppo di ragazzini che riflette sul valore dell’amicizia, che riflette su un tema trattato con una delicatezza e una profondità superate solo dal King di IT (che, guarda caso, è del 1986).

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La quarta parete

Siamo di nuovo alle prese con quel muro, quella quarta parete dell’esistenza, che si frappone tra adulti e bambini, che sono sempre più disposti a credere in ciò che è fuori dall’ordinario e quindi sono perfetti per il genere fantastico. Così come in IT, abbiamo un gruppo di undici/dodicenni che per resistere alla strage deve restare unito, deve fare fronte comune contro una forza malvagia e contare unicamente sulle proprie forze, perché gli adulti – o almeno la maggior parte – non sono disposti a credergli.

Cosa resta dunque – in attesa della seconda stagione – dopo la visione di Stranger Things?

Un senso di insopprimibile nostalgia, non per quello a cui veniamo richiamati durante la visione, non per gli anni Ottanta e i film della nostra infanzia, ma nostalgia per una serie meravigliosa, che potrebbe campare benissimo anche senza metterla in relazione col cumulo di opere altre che ho citato. Una serie che è già un piccolo gioiello consigliato a tutti, grandi e bambini, perché alla fine il senso è proprio questo: ci sono storie senza età, che esercitano il loro fascino su coloro i quali non hanno mai smesso di godere della bellezza di una storia, del mistero, del colpo di scena, del piacere di guardare ed essere meravigliati dal fantastico.

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Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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