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La Tata: gli Anni Novanta, i pomeriggi sul divano e le risate registrate

La Tata: gli Anni Novanta, i pomeriggi sul divano e le risate registrate My rating: 3 out of 5

Chiamatela crisi del quarto di secolo, chiamatela panico da quasi-trentenni, chiamatela come vi pare, fatto sta che è innegabile che a una certa si cominci a rimpiangere l’epoca della propria infanzia. Credo che la ragione di questa saudade risieda principalmente negli oceani di tempo libero che avevamo a disposizione, talmente vasti che quasi non ce ne rendevamo conto: il pomeriggio cominciava appena dopo pranzo con Lupin III, proseguiva con una varietà di cartoni e anime da enciclopedia e si concludeva pigramente all’ora dell’aperitivo, quando vedevano la luce le prime sit-com. Friends troneggiava su tutte, Will & Grace iniziava a far capolino, ma c’era una sola cosa capace di incollare allo schermo e mantenere la promessa di far sbellicare il pubblico per ben venti minuti: signore e signori, vi presento LEI, la sola, unica ed inarrivabile: La Tata.

Prodotta dalla CBS per sei stagioni e ben centoquarantasei episodi, e con una resistenza temporale paragonabile a un’era geologica – nientemeno che sei anni, dal 1993 al 1999 -, La Tata ha sempre sfiorato gli Emmy senza mai riuscirci. Ed è un peccato, perché il genio umoristico di Fran Drescher meritava qualcosa di più della gloria: ideatrice, sceneggiatrice, produttrice e protagonista della serie, era riuscita a incastrare un umorismo alla Woody Allen in uno spazio ridottissimo e, dettaglio pericolosissimo, zeppo di risate registrate. Fran Drescher è Fran Fine, venditrice di cosmetici di origini ebraiche che un bel giorno bussa alla porta di un elegante palazzo sulla Fifth Avenue. Piccola chicca: per la versione italiana verrà ribattezzata Francesca Cacace e le sue origini diventeranno ciociare. Ah, la bellezza della provincia.

Comunque sia, la Tata si è appena lasciata con il fidanzato e datore di lavoro, e per consolarsi indossa minigonne luccicanti la cui lunghezza è inversamente proporzionale all’altezza della sua folta chioma cotonata: quando il fascinoso vedovo Maxwell Sheffield (Charles Shaughnessy) se la ritrova davanti, decide di assumerla come baby-sitter per i suoi tre figli Maggie (Nicholle Tom), Brighton (Benjamin Salisbury) e Grace (Madeline Zima, quella che poi diventerà una bimba molto meno angelica in Californication). Inutile dire che l’esuberante Fran porterà una ventata d’aria fresca nella famiglia Sheffield, e pure qualcosa in più.

Il punto forte de La Tata non è la storia, tanto classica quanto banale, ma i personaggi di contorno: la fata madrina di questa Cenerentola moderna indossa la livrea, ha un leggero riporto e si chiama Niles (Daniel Davis), fedele maggiordomo di casa Sheffield dalla battuta raffinatissima e sempre pronta. La sorellastra è una sola, ma terribile, e risponde al nome di C. C. Babcock (Lauren Lane), socia di Maxwell e neanche troppo segretamente innamorata di lui. Una menzione a parte la meritano i topolini: l’amica Lalla (Rachel Chagall), la giunonica zia Assunta (Renée Taylor) e soprattutto ciò a cui tutte noi aspiriamo per la vecchiaia; la scintillante, eccentrica, svampita, meravigliosa zia Yetta (Ann Morgan Guilbert).

Ma La Tata è la regina delle sit-com per un sacco di altri motivi: per la verve, per l’autoironia, per una New York che non si vede mai ma è sempre presente, per la totale assenza di politicamente corretto. Non per nulla, le gag migliori sono quelle in cui una Fran fintamente ingenua e con pezzi di stoffa non più lunghi di 15 cm a coprirle le gambe si appollaia sulla scrivania di un imbarazzatissimo Maxwell. E ancora, i riferimenti culturali propri degli Anni Novanta. Due su tutti: Barbra Streisand, mito de La Tata, e Andrew Lloyd Webber, produttore di Broadway di successo e grande rivale di Sheffield.

Forse è per questo che rimpiangiamo le battute finali del Secolo Breve: perché erano ironiche, irriverenti, colorate, ed era tutto estremamente facile. Come intrufolarsi in casa di un miliardario e pure belloccio, diventare l’amorevole tata dei suoi figli e non uscirne più.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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