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The Leftovers: si vive soli, si muore soli, si soffre insieme

The Leftovers: si vive soli, si muore soli, si soffre insieme My rating: 4.5 out of 5

Diciamo che il mio rapporto con The Leftovers non è iniziato proprio alla grande. Intanto perché quello con Damon Lindelof (sceneggiatore della serie) si era chiuso con piatti rotti e una dura battaglia legale per l’affidamento dei figli. Io non ho mai retto il suo ehi, guarda, c’è un mistero misteriosissimo là! che poi mi giravo e Damon era già scappato senza darmi alcuna risposta; lui poi ha chiuso il suo profilo Twitter, brutte storie, ma gli avvocati non mi permettono di parlarne. Ogni riferimento a Lost non è puramente casuale. Quindi, tornando a parlare terra terra, da parte mia non aveva il beneficio del dubbio (visto anche il lungo spiedino infilzato di vaccate tipo Prometheus, World War Z, Cowboys & Aliens e via così).

Ma. C’è ovviamente un ma. Qualcuno ha pensato bene di vedere questa prima puntata di The Leftovers (scritta da lui e Tom Perrotta, autore del libro da cui la serie prende le mosse) e trapanarmi i cosiddetti con frasi del tipo “è una bomba, devi guardarla assolutamente” e robe del genere accalappiagonzi. Quindi io, che dei consigli degli amici mi fido, l’ho fatto. E? E ho sentito lo strascico di Lost del mistero misterioso cucù non te lo spiego più farsi sempre più pressante man mano che seguivo le vicende della cittadina di Mapleton e dei suoi strambi abitanti.

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Io quando ho finito Lost

Però. Dai, sapevate sarebbe arrivato anche il però. Però poi è arrivata la seconda stagione. E la terza, l’ultima. E? Cazzo gente, The Leftovers è un maledetto capolavoro.

Ora, per tutti quelli che ancora non avessero visto questa splendida serie (male, jesoo sta piangendo), di corsa a recuperare. Perché d’ora in poi qualche spoilerz qua e là rischiate di beccarvelo, io vi avverto. Però se mi abbandonate adesso tornate a leggere l’articolo una volta finito The Leftovers, che poi altrimenti piango io.

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Tanto per avere un’idea del mood di The Leftovers

Il 14 ottobre 2012 il 2% della popolazione mondiale sparisce. Così, di botto. Nessuna spiegazione, nessun appiglio, solo roccia che si sgretola sotto mani affamate di risposte, di closure, come direbbero gli anglosassoni. E questa è la premessa, perché The Leftovers si svolge esattamente tre anni dopo “la Dipartita”, nella cittadina di Mapleton, New York. E della trama non vi dirò altro, perché altro non serve sapere.

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E quanto è splendida la sigla?

Pensateci anche solo per un secondo: una persona a voi estremamente cara svanisce nel nulla (e Casanova non era nei paraggi). Immaginate questa bolla di rabbia, disperazione e impotenza che vi monta dentro, mentre tutto il mondo viene sconvolto dallo stesso evento. E, come sempre succede, ogni singolo essere vivente reagisce alla sua singolare maniera. Perché non sono morti, sono spariti. Perché in fondo alla vostra anima c’è il richiamo bastardo di una speranza sensualmente accasciata su una roccia a cantare. E voi non avete una ciurma pronta a legarvi all’albero maestro.

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The Leftovers lo mette subito in chiaro: siamo soli nel nostro dolore. E possiamo anche avvolgerci nella bambagia psicologica della vita che va avanti, quando sappiamo alla perfezione che il 14/10/2012 tutto si è fermato. Alcuni hanno iniziato a vestirsi sempre di bianco, altri a cercare una spiegazione (e conseguenti santoni pronti a offrirla), chi uno schema che collegasse tutti i dipartiti. Dio? Non è mai stato così glorioso e impotente, come una bestia ferita pronta a sbranare chiunque si avvicini per darle il colpo di grazia.

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Ah, ovviamente la serie mi ha fatto innamorare di Margaret Qualley (a destra). Ma pure l’amica non mi lasciava indifferente a essere onesti.

La serie analizza ogni singolo aspetto dell’umano, come un chirurgo mistico, consapevole di fare la sua anamnesi a qualcosa di inclassificabile. È lo stesso principio alla base di The Walking Dead (il fumetto, non quella vaccata televisiva): come si comporterebbe la gente se… Perché The Leftovers tratta appunto dei rimasti, degli avanzi, di chi si trascina disperatamente a terra nonostante una bomba gli abbia portato via le gambe.

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Questa è l’espressione del mio fisico quando ha visto quello di Justin Theroux

Primo ricettacolo di tutto questo folle dolore è Kevin Garvey, poliziotto di Mapleton (prima, poi molto di più). Interpretato da un formidabile e, ammettiamolo, fastidiosamente bello Justin Theroux (che oltretutto annovera tra i suoi successi quello di aver ballato il mambo orizzontale con Jennifer Aniston). Kevin assorbe tutto lo sporco che la Dipartita ha causato: alla sua città, alla sua vita, alla sua psiche. È l’emblema della lotta disperata, dell’eroe con macchia e con paura, capace però di farsi carico del dolore degli altri, di soffrire per loro e con loro, novello Messia senza alcuna intenzione di esserlo.

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Io (a sinistra) e il tempo per guardare le serie tv (a destra)

E poi arriva la seconda stagione. The Leftovers fa un balzo di qualità che Jesse Owens levati, mantenendo sempre quell’alone di mistero ma senza finire nel baratro Lost. Siamo alla perfezione: visiva, stilistica, registica, attoriale, di scrittura. Una messa in scena sublime. Nel senso che se state leggendo questo articolo e non avete ancora cominciato la serie potreste incappare in scomuniche papali e/o caduta precoce delle orecchie.

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La. Puntata. Dell’. Albergo. (Scusate l’obbrobrio grammaticale ma c’era bisogno di enfasi). Da farla studiare e ristudiare nelle scuole di cinema. Un misto di esperienza premorte e sogno da causare eiaculazione precoce a Lynch. The Leftovers mette in scena una delle migliori rappresentazioni dell’Oltre mai create, inchiodando l’immaginazione dello spettatore come un rabdomante di allucinazioni. E, non contenta, decide di bissare la perfezione con la 3×07, ingigantendo il tutto finché la nostra vista non rimane estasiata. Per non parlare dell’australiana 3×03. Chi sa, sa. Chi non sa, rimedi in fretta. Perché The Leftovers ti fa applaudire con gli occhi.

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Ma, mentre rimaniamo estasiati da cotanta perfezione, qualcosa nei nostri sentimenti si spezza, una crepa beffarda si insinua: siamo tutti giocattoli rotti. La serie mette in scena un dolore incommensurabile che però… era già lì, ancor prima della Dipartita. I protagonisti, noi, il mondo, abbiamo tutti quella famosa ferita che ci pulsa dietro la nuca. Sta solo aspettando di aprirci un fiordo nel cuore. Il 2% della popolazione che svanisce è quindi la causa scatenante, l’apertura dei cancelli verso un subconscio già in piena crisi. Solo non sapeva di esserlo. The Leftovers ci insegna che il nostro dolore è sempre presente, prima e dopo il trauma, e che solo un evento così devastante è in grado di farcelo comprendere.

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Ma lo possiamo accettare? Forse. Forse solo soffrendo assieme c’è uno scampolo di speranza. Bisogna condividere il dolore con chi abbiamo accanto, correndo il grosso rischio di non venire capiti, di essere lasciati indietro anche noi, come chi è sparito. Emblematico in questo è Kevin con il suo sacco di plastica nella terza stagione. Una scena da brividi. Vi ho già detto che The Leftovers è un capolavoro, sì?

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Quanto è bravo Christopher Eccleston? Spoiler: parecchio

Quindi c’è speranza? Dipende da noi. Ero convinto fino all’ultimo che la risposta sarebbe stata un arido no, ma un soffio deve esserci, è inevitabile. Lo si conquista soffrendo e soprattutto soffrendosi, cacciandosi giù nel buco nero della propria anima per massacrarsi le nocche contro i demoni che ci danzano. Nora (una perfetta Carrie Coon) lo fa più di tutti, portandoci a un finale così perfetto nella sua semplicità. La spiegazione è giusta, dolce, coerente rispetto a tutto ciò che The Leftovers ha insegnato per tre splendide stagioni (ok, la prima un po’ meno): saper lasciar andare, anche quando ogni cosa sembra volerci bruciare lo spirito, soprattutto quando il let go è lo sforzo più difficile al mondo.

Guardare The Leftovers è un favore che fate alla vostra anima. Vi ringrazierà.

 

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Article written by:

Edoardo Ferrarese

Folgorato sul Viale del Tramonto da Charles Foster Kane. Bene, ora che vi ho fatto vedere quanto ne so di cinema e vi starò già sulle balle, passiamo alle cagate: classe 1992, fagocito libri da quando sono nato. Con i film il feeling è più recente, ma non posso farne a meno, un po' come con la birra. Scrivere è l'unica cosa che so e amo fare. (Beh, poteva andare peggio. Poteva piovere).

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