The Mandalorian
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The Mandalorian: lo “Spaghetti Star Wars” che pacifica gli animi [SPOILER]

The Mandalorian: lo “Spaghetti Star Wars” che pacifica gli animi [SPOILER] My rating: 4 out of 5

The Mandalorian è l’osso che la Lucasfilm ha lanciato ai fan inferociti dalla trilogia sequel prima di mettersi in salvo dal linciaggio. E ha funzionato – in parte, diciamo che ora è in libertà vigilata.

Dall’acquisizione della Lucasfilm da parte della Disney, nell’ordine, il bilancio dei prodotti che sono andati ad arricchire il canone originale è il seguente:

  • Rogue One: A Star Wars Story, il film che mette d’accordo (quasi) tutti, contrariamente a ogni aspettativa della Disney stessa.
  • Solo: A Star Wars Story , il flop con la F maiuscola, la pellicola che anche fan accaniti si sono dimenticati di andare a vedere.
  • Episodio VII, Episodio VIII, Episodio IX, la trilogia che ha dilaniato gli animi dei fan in ogni modo in cui poteva farlo, di base fondata su un errore di partenza su cui si può essere tutti d’accordo: non avere una trama orizzontale abbozzata in origine che legasse i tre film in un’unità almeno coerente, lasciando a due registi diversi – J.J. Abrams e Rian Johnson – pieno potere di contraddirsi a vicenda nel corso della storia.

In questo caos primigenio, The Mandalorian aveva un compito non da poco: ricucire il pubblico in un vero capolavoro diplomatico di cerchiobottismo.

E, incredibilmente, ci è riuscito. In un modo un po’ paraculo a tratti, con un occhio come sempre al Sacro Merchandising e l’imperativo categorico di restare nei limiti di una comfort zone di luoghi e personaggi. Nonostante il filtro commerciale, però, si è dimostrato un prodotto onesto e autentico. E con stile.

The Mandalorian

Primo asso nella manica: gli autori

Il segreto? Una ricetta che, forse, è ripetibile: esiste un’intera generazione di appassionati di Star Wars che adesso lavorano per la Disney, che conoscono la materia e possono plasmarla per aggiungere ulteriore spessore alla trama senza per forza scomodare la famiglia Skywalker, che stava tanto bene dove stava.

Ciò che negli anni Ottanta e Novanta era l’universo espanso, quello è il territorio ancora tutto da esplorare in cui si può incuneare la Disney.

The Mandalorian è stato anche la punta di diamante del lancio della piattaforma Disney +, qui in Europa come negli Stati Uniti. Si è scelto perciò come creatore uno degli attuali golden boy dell’azienda, Jon Favreau (che, visivamente, conosciamo come l’Happy Hogan dell’MCU), già regista di Iron Man e di due live-action Disney (Il libro della giungla Il re leone), uno con cui non si rischiano le temibili “divergenze creative” ma che ha dimostrato comunque capacità e talento, affiancandolo ad altri cavalli di razza come Taika Waititi e, soprattutto, Dave Filoni, colui che dal punto di vista inventivo è il vero erede di George Lucas (dico solo che la sua serie animata The Clone Wars riesce nel difficile intento, come complemento, di dare un senso alla trilogia prequel).

Secondo asso: i mandaloriani

Conoscete Boba Fett?

È il primo mandaloriano che si incontra nella saga di Star Wars, il cacciatore di taglie che intrappola Han Solo nella carbonite. È un personaggio emblematico di come il fandom può rendere iconico ciò che tocca, perché nella saga originale ha sempre indosso il casco, quasi non parla e non sappiamo nulla di lui, ma la sua sola presenza in scena, la sua armatura, la sua gestualità fecero impazzire i fan, rendendolo una vera star dell’universo espanso e, incredibilmente, uno dei personaggi più popolari. Un gran Figo, insomma.

Perché, allora, non ripartire da quel grosso potenziale non esplorato del tutto? La trama poteva scriversi da sola, perché i mandaloriani sono già di per sé personaggi da film western. Misteriosi, silenziosi, una tribù di ubbidienti cacciatori di taglie senza bandiera, ma votati al migliore offerente.

The mandalorian

Terzo asso: Baby Yoda

È giusto celebrarlo in questa pagina: il Bambino – ribattezzato dai fan Baby Yoda per la sua evidente appartenenza alla stessa razza del maestro Jedi – è forse e dico forse il macguffin più caruccio mai visto in un film o telefilm. Gettato a noi fan con un malcelato – anzi, direi mai celato – intento di diventare carne da merchandising intensivo, è il colpo al cerchio che rasserena la Disney, in questo caso: tanto The Mandalorian guarda a un pubblico adulto, tanto gli adulti come i bambini correranno a comprare il peluche di Baby Yoda senza passare dal via.

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Quarto asso: la nostalgia

È l’invadente “ingrediente segreto” di molte produzioni Disney da un po’ di anni a questa parte: ci sono episodi di The Mandalorian, come il quinto ambientato nientemeno che su Tatooine o il sesto sulla nave-carcere, che sono dei tuffi completi nelle atmosfere e nell’estetica nemmeno della trilogia originale, ma specificamente del primo film (Guerre Stellari AKA Una nuova speranza), così come andò al cinema nel 1977.

C’è molto fanservice, la mia scena preferita in questo senso è sicuramente quella che apre l’ottavo episodio, con i due esploratori imperiali che se la chiacchierano come se improvvisamente fossero sbucati in un film di Tarantino, in una sequenza che è però nel pieno stile del regista dell’episodio, Taika Waititi (lo ricordiamo, regista di Thor: Ragnarok  e di Jojo Rabbit).

Dopo quarant’anni che prendiamo in giro la mira degli imperiali, quella scena mi ha commosso. Dal ridere.

E ancora: scenografia, musica, effetti speciali

L’apparato produttivo è da sogno: ci si dimentica di stare guardando una serie tv, la cura visiva è puntigliosa e zeppa di dettagli, con molti set, costumi e pupazzi costruiti dal vero e senza abuso alcuno di CGI. L’estetica è polverosa, consunta, la tavolozza quasi un monocromo sui toni del grigio e della sabbia con qualche rara incursione verso rossi e verdi luminosi. Il tema musicale scritto da Ludwig Göransson è subito impattante e conferisce un’identità al personaggio, non fa rimpiangere minimamente le musiche di John Williams. Inoltre, al tema principale vengono affiancati durante i titoli di coda dei concept art riferiti all’episodio stesso, talmente belli da finire per essere quasi attesi a conclusione della puntata. Penso che molti di noi se li appenderebbero in casa più che volentieri.

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Sergio Leone, Sergio Leone dappertutto

Reprise: come si diceva sopra, i mandaloriani sono già di per sé personaggi di un film western tradotti nel mondo di Star Wars. Ma già nel primissimo film, quando Luke Skywalker incontra Han Solo, lo fa in un malfamato bar che è praticamente un saloon spaziale, su un pianeta – Tatooine – che non è altro che la versione futuribile dei luoghi che tante volte hanno fatto da setting al western all’italiana.

Lo Spaghetti Western è sempre scorso potente nella saga di Star Wars sin dal principio, e questa serie è la ciliegina sulla torta, il più bell’omaggio che potevano fare all’epica reintepretata da Sergio Leone: già la sua Trilogia del Dollaro attingeva a fonti variegate e le combinava insieme. Il mondo dei samurai ronin giapponese, gli eroi omerici, i quadri di De Chirico e i film hollywoodiani fanno tutti parte della materia mescolata per l’occasione da Leone, e sono elementi che si ritrovano tutti quanti anche nel mondo creato da Lucas.

Mando, il protagonista senza nome e senza volto di The Mandalorian, il cacciatore di taglie dalla moralità grigia ma dal cuore d’oro, è una sorta di figlio più che legittimo dell’Uomo Senza Nome dello spaghetti western, la figura che fa da filo rosso alla Trilogia del Dollaro e che in tutti e tre i film di Leone è interpretata da un giovane Clint Eastwood con poncho, cappello e sigaro in bocca.

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Il biondo uomo senza nome di Leone è, come Mando, un cacciatore di taglie, pistolero imbattibile, simile agli eroi  greci nel suo essere umano ma allo stesso tempo dotato di capacità fuori dal comune. Nessuno conosce mai la sua identità, le sue origini, ma il suo arrivo in un dato luogo coincide con l’inizio della storia e la sua dipartita è sempre un trionfo win/win, in cui egli ha fatto del bene e allo stesso tempo ha avuto i suoi soldi. Non un eroe disinteressato, ma che nondimeno ha un millimetrico senso della giustizia: occhio per occhio, dente per dente.

Nel corso della serie, le reminiscenze alla Trilogia del Dollaro non si contano: il quarto episodio, quando Mando è ospite di una cittadina funestata e ne diventa suo malgrado il salvatore, non può non ricordare la trama di Per un pugno di dollari. Nell’episodio pilota, il Mandaloriano incontra un droide cacciatore di taglie, che propone al nostro di spartirsi la taglia che pende sul Bambino: una dinamica molto vicina a quella tra Clint Eastwood e Lee Van Cleef di Per qualche dollaro in più.

Come ne Il buono, il brutto e il cattivo, infine, troviamo molte volte il protagonista tradito, malmenato, pugnalato alle spalle da chi credeva suo alleato, ma capace come niente di ribaltare il risultato completamente a suo favore quando è il momento.

Un nuovo genere di protagonista

Pur attingendo indubbiamente a un immaginario cinematografico collaudato, Mando – interpretato, sotto la calotta, dal carismatico attore Pedro Pascal -, assieme al Geralt di Rivia di The Witcher (parlo dell’adattamento Netflix), fa parte di una nuova generazione di eroi maschili da blockbuster che sta caratterizzando l’epoca attuale – e che si riscontra, in parte, anche nell’ultima iterazione di James Bond, quella di Daniel Craig.

Semidei, praticamente infallibili nei fatti, caratterizzati però da decise crepe di fragilità, non solo psicologica ma anche e soprattutto emotiva. Devono fare i conti bene o male con dei fantasmi nel loro passato che li hanno segnati nella psiche: l’esatto contrario in questo senso del cowboy “tutto d’un pezzo” così caro a un certo cinema hollywoodiano di un tempo, che se anche avesse avuto qualche trauma aveva il solo scopo di renderlo più implacabile.

Addirittura Mando, come Geralt, manifesta invece dei veri e propri disturbi dell’attaccamento – anche se il suo spiccato slancio paterno verso il Bambino non è ancora chiaro, a tutt’oggi, quanto sia spontaneo o altrimenti frutto di un’influenza sovrannaturale. Questa direzione nella scrittura, più ancora che al cinema, deve senz’altro parecchio all’influenza del mondo fumettistico, da sempre in anticipo di qualche anno nel prendersi tempo – e vignette – per addentrarci nel complessi e nelle idiosincrasie dell’eroe. In qualunque forma più o meno epica egli si manifesti.

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E i cattivi?

Non può esistere una storia nell’universo di Star Wars senza un Lato Oscuro da combattere. The Mandalorian, quantomeno nella sua prima stagione, tiene il piede in due scarpe: da un lato, è composto da diverse trame verticali, che si risolvono nell’arco del singolo episodio battendo l’avversario di turno, e la stagione stessa è strutturata per essere potenzialmente chiusa in se stessa. Dall’altro, però, nel corso degli otto episodi vengono qua e là seminati i germi di qualcosa di più complesso.

Innanzitutto: in quale momento della linea temporale si colloca la storia? Non è un mistero, gli eventi sono successivi alla sconfitta di Palpatine, dell’Impero e della Battaglia di Endor. Siamo già in una fase in cui i Jedi sono più una leggenda che altro, ma il Primo Ordine è ben lontano dall’esistere.

Naturalmente, come accade con la caduta di ogni totalitarismo (pure nella realtà, del resto), vi è una tendenza naturale alla sopravvivenza di piccoli gruppi “nostalgici” che, muovendosi nell’ombra, sognano di ricostituire il regime. In questo caso, è proprio un gruppo di fuoriusciti dall’Impero a dare la caccia al Bambino, guidati da un ufficiale decaduto di nome Moff Gideon – un cattivo che risulterà immediatamente familiare a molta parte del pubblico, essendo interpretato da Giancarlo Esposito, il Pollos/Gus Fring di Breaking Bad.

Gideon conosce il passato di Mando e non è chiaro, per ora, perché voglia Yodino, ma tra tutti i misteri che ci hanno gettato in faccia per rendere interessante la sua presenza, sicuramente quello più gustoso riguarda la sua bizzarra spada, che si comporta a tutti gli effetti come una spada laser ma ha un colore e una forma davvero particolari.

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Perché quella spada?

Gli autori sono stati particolarmente infami, perché questa spada, la “Darksaber”, è già apparsa nell’universo di Star Wars, tuttavia è accaduto in una serie di prodotti che non tutti i fan hanno visto, quelli animati: The Clone WarsStar Wars: Rebels. Queste due serie, per molto tempo considerate più che altro collaterali, stanno assumendo sempre più importanza nel canone (pure il colpo di scena del film Solo non era del tutto d’impatto e comprensibile senza conoscerle).

Un product placement con cui la Lucasfilm sta in pratica dicendo al suo pubblico “vedetevi le serie animate, maledetti!”

Guarda caso, che combinazione: niente di più facile, ora che Disney + le rende a portata di clic.

E a proposito, è già stato annunciato che il personaggio più iconico di The Clone Wars apparirà nella seconda stagione di The Mandalorian, quindi è un modo carino per suggerire di usare questi mesi di gap per recuperarvi centotrentatré episodi e un film. Più Rebels. Buona fortuna.

E voi che ne pensate? Vi è piaciuto The Mandalorian, oppure tutto il fanservice e le lusinghe di cui è infarcita la serie non sono sufficienti per perdonare la fine di Han Solo, Luke e Leia? Fatemi sapere nei commenti!

PS: Basta con tutta quella violenza sui droidi. Io dico NO.

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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