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The OA – Parte 2, ciu recensioni is megl che uan [SPOILER SI/NO]

The OA – Parte 2, ciu recensioni is megl che uan [SPOILER SI/NO] My rating: 3 out of 5

Ci sono voluti più di due anni per vedere il seguito di The OA, una delle serie più fighe degli ultimi anni. E dopo averlo visto il dubbio è lecito: ne è valsa la pena?

Dal 16 dicembre 2016 al 22 marzo 2019 (giusto un paio di mesi meno della mia laurea magistrale), questo è il tempo intercorso tra il rilascio della prima e della seconda parte di The OA. Ci sono pochi cazzi, a livello stilistico e concettuale The OA – Parte 1 resta una delle serie originali più originali di Netflix. Per chi non l’avesse mai vista o sentita consiglio caldamente due cose: leggere la recensione che scrissi 2 anni fa qui e poi andarsi a vedere la prima parte. Ecco, se dopo averla vista vi è sembrata una cagata pazzesca lasciate stare, cambiate articolo. Vi posso consigliare la terza stagione di True Detective, Il nome della rosa o Sex Education, molto carine.

Se invece non ve ne frega un cazzo, perché a voi è piaciuta, e siete pronti per la Parte 2 allora possiamo diventare amici potete andare avanti a leggere. Io ve lo dico, cercherò di cominciare con una recensione sommaria e spoiler free, per chi deve ancora vedere le nuove puntate, ma temo che concluderò con una seconda recensione personale e piena di spoiler perché ci tengo molto a questa serie e c’è più di qualcosa che mi ha fatto girare le palle.

Avvertenza scontata-ma-forse-non-troppo 1: se non avete ancora visto The OA – Parte 1 NON andate avanti a leggere o vivrete una NDE.

THE OA – PARTE 2 [RECENSIONE NO SPOILER]

Dunque, assodato il fatto che a tutti noi sia piaciuta la prima stagione (o parte) di The OA è arrivato il momento di affrontare la sempre difficile esperienza della seconda. C’è chi dice che la serie sarebbe potuta finire anche solo con la prima stagione ma io non sono d’accordo. Come scrissi nel mio primissimo articolo su queste pagine, The OA può essere paragonata ad un complesso puzzle che comincia a svelare una minuscola porzione dei propri confini. In questo senso credo di essere stato piuttosto profetico perché fin dalla prima puntata della Parte 2 si capisce che la portata della sceneggiatura sarà ampliata a dismisura.

Quello che si coglie dal trailer è che nella scena finale della prima stagione Prairie (Brit Marling) è riuscita a saltare in un’altra dimensione grazie ai movimenti fatti dai ragazzi. È lo stesso trailer a confermarci che però questo tipo di salto consiste nell’entrare in un’altra versione di sé stessi in un’altra dimensione, con tutto quello che ne consegue. Essendo molto legato alla teoria dei viaggi nel tempo apprezzo che non sia stato ribattuto questo sentiero (al contrario di Dark) e che si sia deciso di puntare sui viaggi dimensionali per spiegare tutto. Anche Hunter (Jason Isaac) e gli altri prigionieri sono saltati, mentre i ragazzi in Michigan sono rimasti probabilmente allo sbando senza Prarie. Il punto è come si ritroveranno tutti e le premesse sembrano molto interessanti.

Però ci sarebbe stato un però, ovviamente.

LA STORIA CONTINUA, L’ORIGINALITÀ MENO

Innanzitutto, l’introduzione di nuovi personaggi funziona solo a (piccoli) tratti. L’investigatore privato Karim Washington (Kingsley Ben-Adir) è tutto sommato ben dipinto, anche se stereotipato, ma la prima domanda che mi sono fatto è se fosse stato necessario introdurre un co-protagonista. Nella prima stagione ho ammirato la bravura di Brit Marling nel reggere come protagonista indiscussa ogni puntata e credo che questa sia stata proprio una delle qualità della serie. Il fatto di ridurre, e di molto, il suo protagonismo in favore di una suddivisione democratica del minutaggio con gli altri personaggi mi ha lasciato deluso. In secondo luogo, emergono buchi di trama e incoerenze che speravo di non vedere.

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A livello tecnico non si può contestare nulla, la qualità continua ad essere molto alta, eppure la sceneggiatura comincia a scricchiolare sotto il peso dell’ambizione. La sotto-trama che si porta dietro Karim è molto poliziesca e realistica, quindi diametralmente opposta a quello che la serie ci aveva abituato e povera di veri colpi di scena. Quella dei ragazzi che intraprendono il viaggio è mossa da un presupposto un po’ così, non ben motivato, mentre l’unica davvero interessante resta quella di Prarie/Nina. Giusto per ribadire che per me doveva rimanere lei l’unica protagonista.

Di conseguenza tutta la trama si sfilaccia, seguendo le storie separate e collegate sì tra di loro (ma senza troppa coerenza) per poi ritrovarsi in un finale non banale ma neanche esaltante come quello della prima stagione. Insomma, è come se i registi volessero evolvere il genere stesso della serie e in un certo senso ci riescono anche. Il mio giudizio è che non se ne sentiva proprio il bisogno. Sì, guardate pure questa Parte 2 ma la vera The OA resta quella della Parte 1. E per spiegarvi il perché andate avanti ed entrate nel fantastico mondo della polemica.

Avvertenza scontata-ma-forse-non-troppo 2: se non avete ancora visto The OA – Parte 2 NON andate avanti a leggere.

THE OA – PARTE 2 [RECENSIONE SI SPOILER]

Dunque, sento il bisogno di dire subito che il concetto di The OA continua a piacermi molto ma questa volta non la forma. Le puntate continuano ad essere chiamate “capitoli” eppure si perde completamente l’essenza del racconto per capitoli come era la Parte 1. Nonostante gli episodi prendano il nome da situazioni ben precise, in ognuno si vede un po’ di tutto. Un po’ di Karim, un po’ di Prarie/Nina, un po’ dei ragazzi del Michigan che non da valore a nessuno.

Andando con ordine già l’inizio non mi fa impazzire. Le motivazioni che spingono Karim ad assumere l’incarico di ritrovare Michelle (aka Buck) sono pressapochiste, dai. Classico cliché del “personaggio apparentemente fuori dalla storia e che invece poi è al centro di tutto” in arrivo? Eh già, proprio lui. Vabbè, fatto sta che lui arriva e non sbaglia un colpo: trova la casa, riesce ad entrare nello stabilimento dei cattivi, fa evadere Nina ed è il predestinato per il colpo di scena finale. A sto punto togliete OA e dite che il protagonista è lui, no?

TENTATIVI DI SPODESTO A PARTE

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OA/Prarie/Nina c’è eccome, confusa dopo il salto dimensionale, e viene internata da HAP/Dr. Percy e seguita da Homer/Dr. Roberts, di nuovo. Ritrova i suoi vecchi compagni di cella ma non riesce a fare ricordare a Homer di essere stato il suo amante per 7 anni. Questa parte credo sia una delle migliori, la ricerca della coscienza di Nina e poi lo stratagemma per far tornare la coscienza di Homer in quella del Dr. Roberts funzionano bene perché spiegano un po’ la natura del salto dimensionale e le sue conseguenze. E, cosa non da poco, Brit Marling resta la migliore attrice insieme a Jason Isaac, motivo per il quale i loro intrecci sono sempre i più interessanti.

Cosa che purtroppo non si può dire per la storia dei ragazzi che partono dal Michigan alla ricerca dello spirito di Rachel. Le loro interazioni sono fiacche, guidate da uno Steve non più così magnetico e sono punteggiate da situazioni al limite. Alfonso su Grindr, la medium, il televisore posseduto, Jesse che impazzisce e si ammazza, Steve che impazzisce e si taglia i capelli e il tipo dell’FBI che elargisce massime su concetti di architettura senza senso. Non lo so, questa mi pare tutta una grande parentesi imbarazzante. Dove tra l’altro non si spiega niente se non la contemporaneità del tempo nelle varie dimensioni. Eppure, non è questa la cosa che mi è piaciuta meno.

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CIOÈ NON È CHE DEVI SPIEGARE PROPRIO TUTTO

Lo spirito didascalico di questa Parte 2 viene fuori con tutta la sua arroganza nel personaggio di Elodie (Irène Jacob), in pratica una wikipedia vivente dei salti dimensionali. Per carità, un po’ di spiegazione ci voleva, però sarebbe stato più interessante se ci fossero arrivati i personaggi con l’evolvere delle vicende. In realtà tutto il mio disappunto nasce da questa idea. The OA era una serie così interessante, ben studiata, con così tanti e profondi personaggi che non c’era bisogno di spiegarla così nel dettaglio secondo me. O almeno non con altri personaggi. Anche la componente estetica funzionava perché legata ad un paragone di povertà fisica e ricchezza astratta, esatto contrario di questa Parte 2. San Francisco, app per smartphone, mafia, gente hipster e vestiti firmati. Boh.

Ripeto, non sto criticando l’idea che sta alla base di The OA perché la trovo intrigante e originale al punto giusto. Quello che critico è il cambio di rotta radicale nella forma della serie, forse specchio del cambio di dimensione da parte dei personaggi, che si uniforma in maniera drammatica con tutto quello che c’è già. Se siamo ancora di fronte alla serie originale più originale di Netflix non è tanto per i meriti dei creatori quanto per i demeriti degli altri.

E ADESSO?

A questo punto ho grande aspettative miste a timore per la terza stagione (o Parte 3), e non provate a dire che non ci sarà perché è ovvio che ci sarà. Il perché è presto spiegato, o si continua su questa strada, fatta di una storia interessante descritta in modo macchinoso, o si torna al racconto onirico e non-convenzionale che era The OA in principio. Io personalmente spero nella seconda opzione e il finale in un certo senso mi ha confortato…

… e sconcertato allo stesso tempo! Alzi la mano chi non ha scorto un raggio di autoreferenzialità in stile Bandersnatch. Ecco, a proposito, se volete aprire una discussione a riguardo fatelo nei commenti di Facebook al post di questo articolo. Sono curioso di sapere quali sono le vostre teorie sul finale e sul proseguo di questa serie!

p.s. Se volete parliamo anche del polipo gigante ❤️

 

Article written by:

Stefano Ghiotto

Studio Architettura e si sa, al giorno d'oggi non ci si può più mantenere facendo l'architetto. Quindi cerco di fare qualsiasi altra cosa nella speranza di non arrivare mai alla prostituzione. Mi piacciono i film con trame complicatissime (che alla fine ti danno la stessa sensazione di benessere del bagno di casa tua dopo una giornata in Università) e le serie che non si caga nessuno come le patatine gusto "Cocco e curcuma".

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