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The Ranch – Parte 1 e 2: birre e rapporti intergenerazionali

The Ranch – Parte 1 e 2: birre e rapporti intergenerazionali My rating: 3.5 out of 5

Iniziai tempo fa la nuova serie Netflix The Ranch, incuriosito dall’ambientazione rurale, dalla presenza di Ashton Kutcher – di cui non credo aver mai visto nulla e continuo a chiedermi tuttora come facessi a conoscerlo – e dalla premessa allettante di vedere una sitcom in cui personaggi stupidi e ignoranti dicono stronzate assecondati da una trama quasi inesistente. Dopo tre episodi abbandonai, per poi ridarle un’altra chance pochi giorni fa. E adorarla.

Viste le premesse con cui mi approcciai alla serie, non mi è difficile comprendere come mai i primi episodi mi delusero. Semplicemente non faceva ridere. O meglio, qualche risata riusciva anche a strapparla, ma nell’insieme mi sembrava che il tutto si reggesse unicamente su un’accozzaglia di battute volgari e, per la maggior parte, poco riuscite. Per fortuna le ho dato una seconda opportunità, ricredendomi.

Innanzitutto andrebbe fatto notare che The Ranch è stato distribuito in due parti, non stagioni. Ciò la pone già a metà strada tra una serie televisiva tradizionale e un film a puntate, quasi a voler sottolineare che, seppur travestita da sitcom, in questo caso si vuole raccontare una storia, senza essere limitati dalla confezione, che di solito relega questo genere di serialità al “sottofondo per il pranzo”.

In effetti, dietro ad una volgarità apparentemente gratuita e a molte gag demenziali, The Ranch racconta una bella storia di famiglie in disfacimento e difficili rapporti padre-figlio. Se c’è una cosa che non mi era chiara dopo aver visto i primi episodi, era appunto il fatto che la serie stesse approfondendo lentamente i difficili rapporti tra i tre protagonisti, cappeggiati da un Sam Elliott che giganteggia, qui intento a parodiare le stesse figure cinematografiche che hanno fatto la fortuna della sua carriera. Con lo sviluppo della storia, questa guadagna spessore e non esagero nel dirvi che, in un paio di momenti della seconda parte, ci si commuove.

Certo, parliamo comunque di una sitcom e, in quanto tale, deve far ridere. E bisogna dire che, in questo senso, la situazione non fa altro che migliorare col passare degli episodi. Probabilmente è anche una questione culturale: a noi italiani ci vogliono un po’ di episodi per entrare nell’ottica del tipo di umorismo utilizzato, che è poi il tipo di umorismo amato dalla stessa parte di popolazione americana presa in giro. Una volta abituati all’umorismo grezzo della serie c’è molto da divertirsi e la durata per niente elevata dei singoli episodi rende The Ranch una visione molto piacevole.

“Hillary Clinton è il diavolo”. Come dicevo prima, ad essere presa di mira è questa parte dell’America: repubblicana, rurale e sempliciotta. Fermo restando che la serie non abbia intenzioni politiche, la maggior parte delle gag più riuscite si identificano con frecciatine per niente velate agli ultimi governi democratici. Gli autori non vogliono prendersi sul serio, dato che gli stessi personaggi in seguito si vanteranno di non aver mai letto un libro. The Ranch spicca nel panorama della comicità seriale piuttosto per i momenti introspettivi e toccanti che sa regalare.

Pur trattandosi di una serie televisiva non superiore a molte altre produzioni Netflix, nella sua semplicità non è facile rendere giustizia a The Ranch. Una sitcom volgare e divertente, ma che sa prendersi allo stesso tempo i giusti spazi drammatici. Come può una recensione raccontare la bellezza di un’opera semplice e senza ambizioni, ma che nella sua semplicità fa scorgere il dramma di un uomo che, all’approcciarsi della fine, cerca di recuperare il rapporto coi figli?

Article written by:

Mauro Paolino

Classe 1996, inizia a scrivere recensioni cinematografiche all'età di 15 anni. Appassionato di cinema, scrittura e storia dell'arte moderna, passa le sue giornate a guardare film, scrivere sceneggiature scadenti e coltivare la sua barba, nella falsa convinzione di sembrare un ragazzo intellettualmente impegnato.

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