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True Detective 3 – 3×05 – La meraviglia dei fantasmi di Pizzolatto

True Detective 3 – 3×05 – La meraviglia dei fantasmi di Pizzolatto My rating: 5 out of 5

Aspettavamo la svolta e Pizzolatto ce l’ha sganciata: “If You Have Ghosts” è finora la puntata migliore di questo True Detective 3.


Link alle precedenti recensioni qui sotto:


Episodi 1-2

Episodio 3

Episodio 4


Qui al MacGuffin nessuno si è mai sognato di credere alla casualità, ed è per questo che cominciamo dicendo che non è un caso che il primo episodio scritto e diretto da quel genietto di Nic Pizzolatto sia, fino ad ora, il più sgargiante di questo True Detective 3. Mai come in questo “If You Had Ghosts”, infatti, la telecamera era riuscita a penetrare così in profondità il personaggio di Wayne Hays, ma non solo, visto che anche la moglie Amelia e il partner West (il nostro fido Iolao) toccano qui i loro rispettivi apici.

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La quinta puntata di True Detective 3 ci riporta alla mente uno dei vecchi mantra di tutto il macrocosmo True Detective, ovvero che lo spettatore farà bene non aspettarsi nessun eroe o Sherlock Holmes, perché gli investigatori di Pizzolatto sono prima di tutto uomini, uomini torbidi e incasinati, i cui casi e la vita privata si intrecciano indistricabilmente influenzandosi a vicenda.

È il caso dello scontro feroce tra Wayne e Amelia nel 1990, che inizia a casa di Iolao e prosegue tra le mura domestiche, fino a quando i due si dicono in faccia ciò che realmente l’uno pensa dell’altra: secondo Hays la moglie è una insensibile approfittatrice che ficca il naso nelle tragedie altrui per ricavare materiale utile alle sue storie e al proprio ego, mentre Amelia getta in faccia al marito che il lavoro a cui sta dedicando la vita e la salute (la storyline del 2015 ce lo conferma) non è altro che un modo per stare lontano da casa, da quella casa nella quale, dice lei, la vorrebbe rinchiudere. Lo scontro, l’ennesimo, dopo quello visto nella puntata precedente, non viene stavolta lenito da del sesso riparatore, ma dal candore dei figli, che mettono un’altra pezza temporanea su un rapporto che pare ancora resistente, ma certamente sfilacciato, appesantito da rancori nascosti per troppo tempo.

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Di certo in questo episodio si stagliano con più nitidezza che mai personaggi rotti dentro, fantasmi quasi, distrutti – e stiamo parlando di Hays – dal senso di colpa legato al fatto di aver preso l’uomo sbagliato: quel Brett Woodard che, nel cliffhanger alla fine della 3×04, nel 1980 si era stufato di essere bersagliato dai bifolchi locali e aveva messo mano ai fucili, scatenando una vera e propria carneficina.

La sequenza d’azione è cruda e magistrale: per la prima volta in True Detective 3 la violenza esplode in modo improvviso, non risparmiandoci sangue a profusione e una regia più limpida del mare di Sardegna, che ci trascina delicatamente al centro dell’azione fino alla sua inesorabile conclusione: Hays, inizialmente graziato da Woodard, è costretto a non ricambiargli la cortesia (come direbbe De André) seccandolo con una pallottola. Finalmente abbiamo capito (ma era facilmente prevedibile) chi era “l’uomo sbagliato” che nell”80 si era creduto colpevole dell’omicidio di Will Purcell e della sparizione della sorellina Julie: il reduce indiano, travagliato dallo stesso male di vivere dei reduci già visto, tra l’altro, nel primo Rambo. Ed ecco che un reduce ne uccide un altro, un nero uccide un indiano, due minoranze reiette che si sbranano a vicenda per colpa dell’uomo bianco e del suo razzismo.

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Ma è nel 2015 che comincia a muoversi qualcosa di veramente grosso: lo smemorato Hays grazie al figlio ha rintracciato il vecchio collega Iolao ma, prima di fargli visita, si dedica alla lettura del saggio, scritto dalla defunta moglie, sul caso Purcell. Quello stesso libro che lui non aveva mai visto di buon occhio (e i motivi ci sono chiari dopo la furibonda litigata nel 1990 di cui abbiamo già parlato) e che pertanto non aveva mai letto. Proprio da questo libro emerge un dettaglio all’apparenza trascurabile, ma in realtà estremamente rivelatore: una frase di mamma Purcell (“I bambini dovrebbero ridere”) citata alla lettera da Amelia Hays, combacia alla perfezione con una delle frasi scritte sul biglietto mandato dal (supposto) rapitore a casa Purcell nel 1980.

Possibile che sia una coincidenza oppure è plausibile che la madre stessa sia l’autrice del sinistro biglietto?

Armato di questo nuovo sconvolgente dettaglio suggerito proprio dalla moglie defunta, il vecchio Hays va a fare visita al vecchio Iolao, isolatosi in un cottage nella foresta con nessun’altra compagnia se non quella dei cani e del bourbon, affogato tra mille rimpianti per una vita che – decisamente – non dev’essere andata bene così come prometteva nel 1990 (bella fidanzata, bella casa, posto di lavoro di alta responsabilità).

L’incontro tra i vecchi partner è struggente e raggiunge una intensità ancora inedita in questo True Detective 3, momenti durante i quali è difficile non farsi sfuggire almeno una lacrimuccia. Iolao ce l’ha con Hays non sappiamo bene perché. Nel loro passato (probabilmente alla fine della storyline del 1990 lo sapremo) è nascosto uno screzio tale che ha impedito ai due vecchi amici di avere qualsiasi tipo di rapporto per ben 24 anni. Non sappiamo cosa sia successo, Hays non lo ricorda, ma il tutto passa in secondo piano, perché Wayne sa bene che non bisogna perdere tempo: chiede a West di aiutarlo nelle indagini perché ha bisogno di lui e della sua memoria, perché ormai vive solo per fare finalmente chiarezza sul caso Purcell.

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Capiamo dunque che la risoluzione del mistero da parte di Hays non è solo dovuta a una sorta di fanatismo verso il senso del dovere o del semplice senso di colpa: riuscire a mettere la parola fine su una vicenda che lo ha tormentato per 35 anni è l’unico modo che Hays ha per dimostrare a se stesso di non aver fallito in tutto, lavoro e famiglia, di essere riuscito a combinare qualcosa nella sua travagliata esistenza. C’è qualcosa di eroico e allo stesso tempo titanico nella granitica volontà con la quale persegue nelle indagini nonostante la sua menomazione fisica, volontà capace di convincere anche il riottoso partner West che, da quel momento in avanti, gli darà una mano – per quanto gli sarà possibile – a risolvere il caso Purcell e a dimostrare che loro due, sia West che Hays, nonostante gli errori, le sviste e numerosi malintesi alla fine ce l’hanno fatta, che entrambi sono – appunto – dei true detectives.

Noi spettatori rimaniamo qui, commossi ed estasiati, ad assistere alla reunion drammatica e catartica di questo duo di attempati investigatori che dovranno togliere la polvere di dosso a loro stessi e a un caso rimasto inerte per 25 anni.

Di sicuro c’è questo: che se qualcuno poteva ancora avere qualche minimo dubbio sulla effettiva qualità di questo True Detective 3 la 3×05 servirà certamente ad annientarlo, squarciarlo, devastarlo e fare come se non fosse mai esistito, perché qui Pizzolatto ci ha dato una delle sue prove migliori, prima stagione compresa.

Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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