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Unreal: quando il making-of del reality appassiona più del reality

Unreal: quando il making-of del reality appassiona più del reality My rating: 3 out of 5

Premessa: al momento in cui scrivo, non sono ancora giunta al termine delle quattro stagioni di Unreal. Ma, esattamente come gli spettatori del reality al centro della serie, non posso fare a meno di blaterarne e di chiedermi come andrà a finire, pur sapendo che ogni puntata rischia di essere uguale a se stessa e che gli happy ending sono, appunto, quanto di più irrealistico si possa immaginare.

Nata nel 2015 per Lifetime e poi approdata su Hulu nel 2018 per gli ultimi episodi, Unreal racconta le torbidissime vicende del torbidissimo dietro le quinte del reality Everlasting, dove un sedicente principe azzurro, tradotto un vip sul viale del tramonto alla disperata ricerca di un ultimo barlume di notorietà, viene corteggiato da una quindicina di pretendenti in cerca del vero amore; obiettivo dello show, dimostrare all’America che il tanto agognato “happily ever after” può ancora esistere. Spoiler: in Everlasting è tutto finto, o quasi. Lo sanno bene Quinn (Constance Zimmer) e Rachel (Shiri Appleby), rispettivamente ideatrice nonché produttrice esecutiva del programma e sua fedele vice; che non potrebbero essere più simili e più diverse. Quinn è quasi una macchietta: rampante donna in carriera non più giovanissima, ovviamente innamorata del suo tanto improbabile quanto fascinoso capo Chet (Craig Bierko), che ovviamente ricambia ma è già sposato, e naturalmente sempre sull’orlo di una crisi di nervi. Rachel invece la crisi di nervi ce l’ha avuta per davvero, dichiarando alle telecamere del reality che il loro lavoro era degno dei peggiori sociopatici, salvo poi prendersi un paio di calmanti e rientrare con la coda fra le gambe, ufficialmente perché l’affitto va pagato, in realtà perché le cose che capitano in Unreal possono creare dipendenza.

Una su tutte: la possibilità di manipolare i concorrenti, facendo credere loro che tutto ciò che ogni loro mossa è volta a dare loro una chance sentimentale, non a guadagnare un mezzo punto in più negli ascolti. Se poi a questo potere aggiungiamo le notti con cameraman bellocci (Josh Kelly) e ogni tanto pure con qualche protagonista di Everlasting, beh, ecco qui il cocktail perfetto di sesso, nichilismo, psicologia spiccia e pure un po’ di cronaca nera, ché quella non guasta mai.

Unreal in fondo non è nulla di nuovo, quasi una specie di Boris d’oltreoceano, ma con il dramma che prende il sopravvento sulle risate – anche se vi basterà guardare le prime due puntate per identificare lo Stanis La Rochelle a stelle e strisce –, e una spolverata di scorrettezza alla Nip/Tuck; con la differenza che i nostri amati chirurghi plastici ci erano arrivati con una decina d’anni prima.

Nonostante ciò, vale quanto detto all’inizio: Unreal crea dipendenza. Perché, proprio come i fan di Everlasting, ci ostiniamo a volerci sempre nutrire di quelle due o tre cose: protagonisti tormentati, bei vestiti, sangue, morte e qualche amplesso en passant. E poco importa se si capisce come andrà a finire sin dalle prime battute: davanti al piccolo schermo, ci trasformiamo in bambinoni smaniosi della loro dose quotidiana di intrattenimento a tinte fosche. E ora scusate, ma devo iniziare la quarta stagione.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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