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Andrej Tarkovskij. Il cinema come preghiera: un ritratto intimo e poetico

Quando diciamo che il Ravenna Nightmare è un festival dedicato al lato oscuro del cinema, lo intendiamo in senso lato. Il dark side non riguarda solo un cinema morboso, inquietante o dell’orrore. Al contrario quell’oscurità riguarda anche gli aspetti non esplorati, quei lati di un film, di un regista, di una cultura che normalmente passano sotto traccia. È questo il caso di Andrej Tarkovskij. Il cinema come preghiera, documentario diretto da Tarkovskij figlio e che parla della vita del padre.

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Etereo.

In realtà questo film non è solo un documentario. Il figlio del grande regista russo ci regala un ritratto appassionato e pieno di commozione del padre, dipingendolo attraverso ore e ore di reperti comprendenti video e foto di scena, dei set, registrazioni e quant’altro.

Lo scopo era far emergere il Tarkovskij uomo. La peculiarità risiede nel fatto che, come egli stesso diceva, facendo arte, non è possibile scindere la sua figura di uomo dalla sua figura di artista. Il cinema di Tarkovskij si rivela dunque come piena ed unica espressione di se stesso.

Per questo motivo Andrej Tarkovskij. Il cinema come preghiera non è solo un documentario. Nel film possiamo respirare, toccare con mano tutta la poeticità di Tarkovskij, trovare le motivazioni delle sue scelte. Si percepisce, nella realizzazione, l’intento di recuperare un’anima più spirituale nella messa in scena e nella rappresentazione, dando all’immagine il pieno statuto di poesia.

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Il merito maggiore di questo film consiste nel fatto di rivelare l’anima più intima del cinema del maestro russo. Come pronunciato dalla sua stessa voce, egli intendeva il cinema come preghiera, dunque secondo una dimensione fortemente spirituale, l’unica possibile affinché ci sia arte, secondo Tarkovskij.

E quindi sin dal titolo siamo di fronte a una dichiarazione d’intenti. Le immagini poi, però, si mostrano sullo schermo come se davvero fossero una preghiera, in questo caso rivolta dal figlio al padre, con l’obiettivo di ricordare tutta la sua grandezza in un affresco talmente intimo e privato che nessun altro avrebbe potuto realizzarlo.

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In questo modo il lascito finale diventa un commosso saluto, che è al contempo un ricordo, all’arte – e dunque all’uomo – di Tarkovskij, sublimato in una dimensione intima che solo lo sguardo di un figlio che osserva con occhi pieni di ammirazione il padre, poteva restituire.

Buon sangue non mente. E neanche il Ravenna Nightmare mente, seguitelo cazzo.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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