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Kate Winslet: personaggi fantastici (e nevrotici) e dove trovarli

Chiariamo subito una cosa. Kate Winslet è una delle mie attrici preferite. E vi dico subito perché. Innanzitutto è British, e io ho un piccolo fetish per qualsiasi cosa o persona che sia inglese. Ma tranquilli, non sono superficiale e tanto meno lo sarà questo articolo.

La prima volta che l’ho vista sullo schermo avevo 5 anni, e indovinate che film stavo guardando? È lui o non è lui? Certo che è lui: IL VELINO (il tutto letto con un’intonazione alla Ezio Greggio se non si fosse capito). Ebbene sì, stavo guardando il famigerato capolavoro di Cameron, Titanic. Sì, lo so che mooooolte persone lo considerano un pippone melodrammatico, ma io sono cresciuta con ‘sto film, che ve devo dì?

La prima volta che ho visto quella chioma riccia e rossa il mio cuore di bambina si è sciolto come burro fuso su una pila di pancake. Tutte a guardare DiCaprio, e io a guardare Kate Winslet (per la quale cambierei tuttora il mio orientamento sessuale). Che poi, mi dispiace, ma io in ogni caso DiCaprio lo preferisco adesso (NON UCCIDETEMI).

kate winslet
Ho solo una cosa da dire: TI AMO.

COMUNQUE. Oggi per la vostra gioia non vi parlerò di Titanic, bensì di due film e una miniserie che hanno la nostra attrice britannica come protagonista. Sono opere in cui la Winslet interpreta tre personaggi femminili oserei dire sublimi. E guardandoli tutti mi sembra come se un filo rosso li attraversasse, in un crescendo sempre più inquietante di nevrosi, ansia, gelosia, difficoltà nel comunicare e problemi di coppia.

Vi parlerò quindi di Revolutionary Road di Sam Mendes, La ruota delle meraviglie di Woody Allen e della miniserie Mildred Pierce di Todd Haynes. Credo che queste siano alcune delle migliori interpretazioni di Kate Winslet (soprattutto per quanto riguarda i film), che conferisce ai suoi personaggi un qualcosa di meraviglioso e morboso allo stesso tempo.

kate winslet
Non so se notate lo stesso sguardo perso

Prima di cominciare a parlare nel dettaglio delle opere vi darò una piccola linea guida per seguire questo mio ragionamento contorto. Il punto di partenza è Mildred Pierce, dove troviamo una donna tenace, ambiziosa, che si sacrifica e fa di tutto per le figlie, per poter donare loro tutto quello che lei non ha mai avuto.

Poi, però, con Revolutionary Road il clima ansiogeno comincia a farsi sentire. Il sogno americano è disintegrato. Troviamo una donna insoddisfatta, che ha tutto fuorché l’istinto materno e la volontà di mettere da parte i propri sogni per i figli. È un’attrice mancata, che riversa tutte le sue angosce e frustrazioni sul marito.

Quest’ultima frase rappresenta il punto di contatto con il film di Woody Allen, dove fra attacchi insopportabili di emicrania e colori sgargianti troviamo sempre un’attrice mancata che si è ritrovata a fare la cameriera a Coney Island, senza più speranze. È una donna assolutamente scorbutica e ansiosa. Insomma, quest’ultimo personaggio arriva a toccare il fondo.

Vediamo quindi una progressiva discesa nel vortice della solitudine e della disperazione. Lo stesso in cui cadrete voi leggendo questo articolo. SCHERZO. Però non prendetevela se ci fosse qualche lieve spoilerino (che non è detto che ci sia eheheheh).

la ruota delle meraviglie
Non ce la fa più ‘sta donna

Mildred Pierce (2011)

Nei cinque episodi di questa miniserie prodotta da HBO mi sono resa conto sempre di più di quanto ami alla follia Kate Winslet. Anche se, devo ammettere, la sua recitazione rende di più nei due film di cui vi parlerò, anche se pure in questo caso vengono toccati punti altissimi.

Partiamo però con un pizzico di storia. Quello che ci viene raccontato in Mildred Pierce risale al ben lontano 1941, quando James M. Cain pubblicò l’omonimo romanzo hardboiled. Questo sarà poi adattato noiristicamente da Michael Curtiz nel 1945 con il titolo Il romanzo di Mildred, con protagonista Joan Crawford.

La storia arriva poi fino a noi grazie a Todd Haynes, che pone al centro della sua miniserie la drama queen britannica: Kate Winslet. Qui l’attrice è chiamata a interpretare una donna borghese, nel pieno della crisi economica (e quindi sociale) che ha colto l’America (e non solo) dal ’29 in poi. Abbiamo qui un chiaro esempio di female gaze, ossia una storia filtrata attraverso lo sguardo femminile, che è appunto quello di Mildred.

Tra uomini inadatti, traslochi, arricchimenti e perdite, figlie bisbetiche e ossessionate dallo status sociale, e chi più ne ha più ne metta, Mildred apre una catena di ristoranti, sbiadendoci un po’ l’immagine stereotipata (ma purtroppo corretta) della donna di quei tempi.

Qui troviamo una donna ambiziosa, forte, tenace, che fa di tutto pur di dare tutto il possibile alle figlie. Tuttavia, nella sua vita privata, e poi anche lavorativa, ce n’è sempre una. Il marito la tradisce, non ha un lavoro e se ne va di casa. Il suo amante boh. Il successivo marito è uno stronzo. La figlia Veda avevo voglia di ucciderla ad ogni episodio. Insomma, non c’è mai pace. Probabilmente sarà stata questa la causa scatenante delle ansie e delle emicranie che vediamo nei due personaggi successivi (XD).

Mildred, sostanzialmente, è sola. E questa sua solitudine ci viene fatta notare sin dall’inizio, tramite varie inquadrature e la disposizione della scenografia. Spessissimo, infatti, la macchina da presa si trova al di qua di una vetrina, del finestrino di una macchina, o di una finestra rispetto a Kate Winslet. E c’è una scena esemplare, un long take, che la ritrae seduta in un bar, inquadrata da fuori, sola. E, come ne La ruota delle meraviglie, anche qui abbiamo una chiusura circolare della storia, ma non vi rivelo altro.

kate winslet
Me lo dice pure lei che la devo smettere

Revolutionary Road (2008)

Arriviamo al film di Sam Mendes, l’allora marito di Kate Winslet (e chiamatelo scemo.. anzi sì perché se l’è fatta scappare). Qua devo fare una precisazione. Per quanto le performance sia di lei che di DiCaprio, che interpretano April e Frank Wheeler, siano formidabili, avendo letto il romanzo vi posso dire che il film, a mio avviso, non è bello. Gli elementi principali che conferiscono spessore alla storia e ai personaggi vengono appiattiti notevolmente nel film, e questa cosa non mi è piaciuta per niente.

Certo, per carità, capisco che non sia facile adattare un romanzo (peraltro scritto da Richard Yates nel 1961), però se di 200 pagine di introspezione psicologica e scavo profondo dei personaggi tu a neanche metà dell’inizio del film mi rovesci tutto quello che hai scarsamente fatto capire nei primi dieci minuti è ovvio che poi non esce un successo. Voglio dire, ci sono vari avvenimenti, litigate, pensieri e mica pensieri prima di arrivare al punto di svolta, non è mica roba da schiacciare in quattro inquadrature. Okay, la smetto con la polemica e mi concentro su Kate Winslet, però sto nervosa.

revolutionary road
Chi di voi li shippa ancora?

Qui Kate Winslet mette in scena un personaggio estremamente tormentato, pieno di angosce e insoddisfazioni. A differenza di Mildred, il cui marito rivolge le sue attenzioni a un’altra donna e non ha voglia di trovarsi un lavoro, April può vantare al suo fianco il buono e (moooooooooolto) paziente Frank, impiegato che lavora a New York (peraltro anch’egli insoddisfatto del suo lavoro).

I due vivono nel classico paesino della suburby, dove il sogno americano dovrebbe avverarsi, mentre qui non fa altro che sgretolarsi e consumarsi. Infatti, Yates ci dice che qui la casa suburbana acquisisce il valore di:

posto in cui il difficile, intricato processo dell’esistenza poteva risolversi a volte in incredibili armonie di felicità e a volte in un disordine quasi tragico, come pure in risibili intermezzi privi di importanza (That’s All, Folks!).

 

Yates ci sta dicendo che la casa suburbana diventa un luogo in cui l’esistenza, con tutte le sue contraddizioni e difficoltà, può risolversi in “incredibili armonie di felicità“, che è l’aspirazione della borghesia. Tuttavia, a volte, in questi luoghi così idealizzati le esistenze prendono una piega tragica. Ed è proprio quello che succede ad April, arrivando a macchiare di sangue il tappeto della perfetta casa borghese, facendoci vedere quanto siano forti le inquietudini che vi sono cresciute dentro.

Kate Winslet rende perfettamente il ruolo di questa donna frustrata, delusa dalla sua stessa esistenza. Anche nei momenti in cui non parla riesce a trasmettere il senso di angoscia che sente dentro, con un’espressività incredibile. È forse questo l’aspetto che più amo e apprezzo di lei e di questa sua performance. Il fatto che anche solo con la comunicazione non verbale riesca ad arrivarti così in profondità, senza bisogno di aggiungere parole. Come ci mostra ampiamente il finale.

kate winslet

La ruota delle meraviglie (2017)

Arriviamo ora al nostro ultimo film. Qui Kate Winslet veste i panni di Ginny, che, come ho già detto, è un’attrice mancata come April, cosa che affliggerà la vita di queste due donne per sempre. Punto di contatto, invece, con Mildred Pierce è “l’inadeguatezza” dei rispettivi mariti e la ricerca di conforto in altri uomini, anche se con qualche differenza.

Ginny fa la cameriera, è sposata con un giostratio, Humpty, e intrattiene una relazione clandestina col giovane bagnino interpretato da Justin Timberlake. Già dal momento in cui questo trova Ginny a camminare sulla spiaggia con lo sguardo perso nel vuoto possiamo capire che qui lei ormai è alla frutta. Infatti, per non farci mancare nulla, Ginny ha un figlio, che si diverte a fare il piromane in giro, come anche nello studio della sua psicologa.

In questo film vengono dedicate delle belle luci rosse fiammeggianti a Kate Winslet (per mano del mio amore incondizionato e idolo indiscusso Vittorio Storaro), che testimoniano tanto la sua passione repressa quanto le sue incessanti e insopportabili emicranie, che si esplicano come una sorta di male di vivere.

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Qui troviamo anche una punta di cinema nel cinema. A un certo punto Ginny comincia a parlare dei tempi d’oro in cui faceva l’attrice e indossa i suoi scintillanti abiti e accessori che conserva accuratamente, quasi come se fossero le reliquie di una diva classica ormai in decadenza, costretta a fare la cameriera.

Sicuramente l’espressività di Kate Winslet e i toni accesi con cui anima il suo personaggio danno come risultato una performance impeccabile, a cui i primi piani e la luce di Storaro conferiscono un’immagine indescrivibile. Quando sono andata al cinema a vedere questo film mi sono commossa non poco per la sua cura formale. Ma soprattutto per la performance della Winslet, che credo fermamente dia a questo personaggio, come agli altri di cui vi ho parlato, una forma unica di morbosità, angoscia, tristezza e solitudine.

Siamo infatti arrivati al capolinea (anche dell’articolo, tranquilli), perché la circolarità del film non si esplica solo a livello narrativo, ma anche a livello del personaggio. Nonostante tutto quello che è successo, alla fine Ginny rimane quella che è, nella stessa casa, con lo stesso marito. Infelice. E perennemente sola.

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Martina Catrambone

Affetta da cinefilia sin dalla nascita, cresciuta a suon di film e cartoni. Sono andata al cinema per la prima volta a quattro anni e da lì non ho più smesso. Mi faccio tanti film mentali e studio cinema per provare a fare film reali.

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