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Kit Harington conquista Giffoni con tante (troppe?) rivelazioni

Atteso come succede solo ai santi e alle loro stigmate dalle ultras settantenni, Kit Harington entra a Giffoni in pieno trionfo, osannato da altrettanto giubilo e dalle giovani fan come King of the north. Che sia Winterfell o la Cittadella del Giffoni Film Festival, con l’eroe di Game of Thrones che saluta la folla, a fare la differenza è solo la temperatura.

No kisses, please annunciano poco prima del suo arrivo, e sono sicura che se le statue dei santi potessero parlare la richiesta sarebbe la stessa, con ovvie e comprensibili ragioni. Ma che balsamo usa? si sente vociferare dalle groupie in transenna, ma fortunatamente siamo a Giffoni, luogo in cui il pubblico si compone non solo di appassionati di tricologia, ma di giovani nerd che all’ormone preferiscono il Cinema, diversificando gli interventi anche sulla carriera di un artista che, bellezza a parte, rivela anche grande simpatia e profonda sensibilità.

“Se non fossi diventato attore, probabilmente sarei diventato un giornalista”, confessa Kit Harington, sottolineando le rinunce che un professionista fa in nome di una celebrità che poi ti invade senza darti il tempo di decidere davvero il ruolo più importante della vita, che più che a un mestiere, riconduce all’identità.

Attratto dalla fisicità, dal rapporto corpo a corpo con la recitazione (“Preferisco interpretare ruoli d’azione”, dice), dichiara di apprezzare anche tanto le commedie demenziali, con cui combatte la noia, facendosi una risata e forse prendendoci un po’ in giro, visto che poi i ruoli che sceglie dimostrano anche grande spessore e una sfida continua.

“Era la storia di un ragazzo che vive gli orrori della Prima guerra mondiale” dice citando Testament of Youth, di James Kent (2014) tratto dal romanzo Generazione perduta di Vera Brittain.

“Ho letto il libro e anche tante poesie dei poeti in guerra che hanno tantissime cose da raccontare.” Kit invita il pubblico a guardare il film e poi ci parla anche del suo ultimo lavoro, The Death and Life of John F. Donovan (La mia vita con John F. Donovan), di Xavier Dolan, che lo vede nei panni di una star della tv omosessuale accanto a nomi come Susan Sarandon e Natalie Portman.

Quando gli chiedono i suoi attori preferiti, mentori o fonti di ispirazione, cita Leonardo DiCaprio e Edward Norton (adorati rispettivamente in Romeo + Juliet e La 25ª ora), ma a muovere la sua vocazione nella recitazione è stato Ben Whishaw, interprete di Q in Skyfall, amato particolarmente nel ruolo di Amleto.

Quanto al cinema italiano, Kit non cela l’imbarazzo di conoscere poco, citando solo Matteo Garrone e Ladri di biciclette (e pensandoci prima anche un bel po’). Eppure il pubblico sorride, glielo perdona, o forse lo concede allo Snow che si porta dentro, con quel faccino confuso che Ygritte non perdeva occasione di beffeggiare. Kit è divertito e a suo agio, tra un I love you urlato in sala, mille applausi e isteriche risate, circondato da un pubblico quasi coetaneo con cui condivide anche l’adorazione per Harry Potter.

Ed è ovviamente parlando del mondo di GoT, che Kit scuote la sala. Come ancora il meme di sé stesso, precisa di non saperne molto, ma lancia due o tre dichiarazioni da delirio collettivo. Parlando di Jon, Kit ama il suo non avere ambizioni, il non essere arrivista, i buoni sentimenti (non poteva mancare la domanda sul bullismo citando Samwell Tarly), il suo essere stato messo da parte e l’aver superato i suoi limiti. Ma proprio per questo crede (sottolineo CREDE) che Jon abbia ormai raggiunto il suo massimo: Non credo arriverà mai a diventare Re (e qui parte il Nooooo che incupisce la sala). Sottolineando ancora che nessuno del cast conosce il finale di Game of Thrones, dichiara che il personaggio che vorrebbe vedere sul trono dei Sette Regni è proprio Tyrion Lannister, per complessità e sfide che caratterizzano la sua storia ancor più che le altre. E la sfida, l’andare oltre, il superare limiti e barriere, fa dei personaggi di GoT la metafora della vita di un artista, perché nell’arte, e nella sua rappresentazione, se non si va oltre, le emozioni non arrivano mai.

Una curiosità da set: la scena in cui si è divertito di più, una delle più sentite, è stata la morte di Ygritte: “Sono state tre settimane di riprese di notte, eravamo tutti emotivamente carichi. Ygritte mi puntava l’arco, io mi giro e sorrido per sbaglio.” Quel sorriso funziona, e tutti ricorderemo quella scena come tra le più emozionanti. Nasce da un errore, un momento vero. Nel raccontarlo sorride ancora. Rose Leslie non è in sala, ma è arrivata qui con lui. Chissà se sorride anche lei.

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La mia prima babysitter fu una Super 8. Non scherzo, mio padre mi teneva tra i rullini da sviluppare. Mia madre invece mi faceva sedere sui libri, secondo me non voleva che li aprissi, perché sapeva sarebbe stata la fine. Mischio storie e immagini da sempre, a volte mi fa girare la testa, a volte mi fa girare cortometraggi (che a volte mi fanno girare il mondo). Scrivo di cinema perché guardare non mi basta.

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