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Piper: sei minuti di tenerezza per omaggiare trent’anni di Pixar

Piper: sei minuti di tenerezza per omaggiare trent’anni di Pixar My rating: 4 out of 5

Ancora non ci siamo ripresi da Borrowed Time, cortometraggio per adulti che illustra l’importanza di fare tesoro di ogni esperienza e di riuscire ad andare avanti, che ecco che la Pixar ci regala Piper: un’altra, deliziosa perla.

 

I temi sono molto simili a quelli messi in scena da Lou Hamou-Lhadj e Andrew Coats, ma questa volta le lacrime che solcheranno il vostro viso saranno di pura tenerezza: Piper racconta infatti i primi passi di un gabbiano, pensato apposta per farvi venire gli occhi a cuoricino in meno di mezzo secondo. Del resto il regista è Alan Barillaro, lo stesso di WALLE, Alla ricerca di Nemo e Alla ricerca di Dory, alla cui prima è stata proiettato proprio questo corto.

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Avete presente Uccelli, il capolavoro di Hitchcock? Vi ricordate quanto erano sanguinarie quelle temibili creature alate? Bene, Piper ve le farà dimenticare.

La prima scena è già un programma: un batuffolo grigio e bianco, con due occhi che sembrano due planetari, emerge da un mucchietto di sabbia, e la mamma gli insegna come trovare le conchiglie migliori lungo la riva. Già, ma che succede se arriva un’onda inaspettata? Beh, l’equivalente di un trauma infantile: un’esperienza tale da abbandonare il mare per sempre.

conchiglia

Pausa: qui Barillaro e la Pixar si sono sbizzarriti nel realizzare la cosa più pucciosa e coccolosa del globo terracqueo. Ma roba che Bambi e Dumbo ormai sono preistoria. Ladies and gentlemen, vi presento Piper arruffato. Avvertenza: munirsi di insulina, e di un cuscino da abbracciare.

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I restanti minuti sono facilmente intuibili: la curiosità vincerà le paure del nostro piccolo eroe, che tra granchi, paguri e molluschi vari dal nome impronunciabile, scoprirà che il mare può essere tanto temibile quanto avvincente.

granchio

Per carità, quella di Piper non è una storia originale, e anzi, il tono didascalico rischia di diventare stucchevole; ma del resto, i corti della Pixar non sono diventati celebri per il cinismo. La loro forza sta tutta nell’innovazione grafica: e Piper è talmente ben fatto da sembrare, eccezion fatta per gli occhioni del gabbiano, un vero e proprio documentario, sia per l’ambiente dettagliatissimo che per le movenze degli animali.

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Un’ode al realismo e alle prodezze dell’animazione digitale, insomma; e soprattutto, alla tenerezza, all’ingegno e alla grinta. Questo è Piper: più di trent’anni di onorata carriera della Pixar, riassunti in sei, adorabili minuti.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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