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Venezia 74 – Daily 4: Clooney e Fratelli Coen, squadra che vince non si cambia

Ieri, mentre Sara e le altre fortunelle che erano riuscite ad avere i biglietti per la serata erano a godersi la premiazione di Robert Redford e Jane Fonda, io scontavo la mia pena guardandomi lo stesso film all’alba, in proiezione stampa, e sorbendomi una brutta pellicola su un cavallo.

Lean on Pete

Venezia 74

Il film di Andrew Haigh ruota attorno a un quindicenne caruccetto, Charley – scritto così, non sono ignorante io –, a cui toccano una serie inenarrabile di sfighe: la madre l’ha abbandonato quando aveva cinque anni, il padre è Ragnar di Vikings in versione disoccupato ubriacone (e vedere quanto riesce a imbruttirsi Travis Fimmel è già tragico di per sé), Charley trova lavoro presso un allevatore di cavalli da corsa interpretato da Steve Buscemi, poi però il padre fa incazzare un samoano che lo manda in ospedale. Per procacciarsi i soldi per le cure il ragazzo lavora intensivamente, ma il cavallo con cui ha fatto amicizia, Lean on Pete, comincia a perdere e il padrone sembra intenzionato a venderlo ai messicani per farne bistecche

Non vi spoilero ma il tutto finisce male. Più o meno. Il problema è che il film non è né carne né pesce (né cavallo).

La pellicola è la storia di un ragazzino che intraprende un viaggio, un romanzo di formazione? Nì: il protagonista sembra sopravvivere. Attenzione: non “lottare” per sopravvivere, ma sopravvivere e basta, quasi suo malgrado, senza compiere un vero progresso.

Si parla di amicizia tra il ragazzo e il cavallo? Neanche: nonostante la locandina e il titolo, Pete si ritaglia uno spazio abbastanza ingrato all’interno della storia e scompare dalla narrazione molto prima della fine.

A proposito: il sinistro filo rosso che sembra legare i film del Festival del Cinema di quest’anno pare essere la violenza più o meno gratuita sugli animali.

Tutto ciò che non vorremmo vedere al cinema – cani picchiati o impagliati per ripicca, cavalli morti, gatti mangiati vivi – concentrato in un unico concorso. Ah, l’arte.

Suburbicon

Venezia 74

Veniamo al meglio di oggi: Suburbicon, sesta regia di George Clooney.

Il contesto è già visto: la provincia americana fatta di villette colorate e giardini con lo steccato bianco che, grattando un po’ la crosta superficiale, nasconde il marcio. Il montaggio iniziale è notevole: vediamo la “tragedia” affrontata da questa piccola comunità sorridente degli anni Cinquanta quando nel quartiere, all’improvviso, si trasferisce una benestante famiglia di colore.

I vicini di casa, una “normale” famiglia bianca formata da padre (Matt Damon), madre e zia (gemelle, interpretate entrambe da Julianne Moore), e figlioletto, sembrano gli unici bendisposti verso i nuovi arrivati, ma poco dopo ricevono la visita notturna di due loschi ceffi… Inizialmente, lo spettatore è portato a pensare che sia un atto di intimidazione verso la famiglia per la loro “comunella” coi vicini neri, ma, mano a mano che il film si dipana, scopriamo che questa famiglia bianca cova un segreto. Tanti segreti.

Una delle caratteristiche interessanti del film è come la storia di queste due famiglie scorra in qualche modo parallela, senza mai toccarsi – fatta eccezione per i bambini delle due famiglie, che giocano tra loro. Entrambe vivono il loro momento peggiore nel corso della stessa nottata. La comunità attorno a loro, d’altro canto, è portata a far “sovrapporre” le due linee narrative più del dovuto, addossando alla famiglia nera le colpe non sue. Il miglior ritratto di cosa sia il pregiudizio: qualunque siano i fattori, il risultato viene sempre forzato a sfavore di chi è diverso.

Toto animali maltrattati: un serpente viene fatto vivere in un piccolo bicchiere. Poi il bicchiere viene rotto. Tutto sommato sembra cavarsela.

In conferenza stampa, Clooney ha spiegato che la prima versione della sceneggiatura, scritta dai Fratelli Coen, riguardava solo le rocambolesche vicissitudini della famiglia bianca, e che solo in un secondo momento è stata aggiunta la storyline della famiglia nera. Questo elemento conferisce all’intreccio una piega inaspettata, poiché è come veder prendere una tipica trama dei Coen, fatta di coincidenze, personaggi con una minima fibra morale all’inizio che continuano a compiere scelte sempre più sbagliate sino a tramutarsi in mostri e soprattutto mattanze generalizzate, e vederla dilatarsi in un profilo più ampio, più politico. Ciò che le famiglie del quartiere dicono rispetto all’arrivo delle famiglie di colore, assomiglia molto da vicino al tipo di ragionamenti che, ancora oggi, si sente fare in relazione a molte minoranze.

“Io non ho niente contro i neri, ma se cominciano a vivere accanto a noi poi finiremo per mischiarci e perdere la nostra identità!”.

“I neri inizieranno a sposarsi con i bianchi! E dopo questo, dove andremo a finire?”.

Io non amo, anzi, io ODIO la recitazione di Matt Damon, ma in questo caso la sua espressività da mattone – leggenda narra che “Matt” sia diminutivo di mattone – è perfetta per questo uomo medio, passivo e meschino.

Menzione speciale per Oscar Isaac (il Poe Dameron di Star Wars): fa una piccola parte, quella dell’assicuratore squalo, e in quei pochi minuti di screening buca il video. È un attore da tenere d’occhio – anche se ahimè non ci ha deliziato della sua (bella) presenza a Venezia 74. Erano in sala conferenze invece il buon Clooney, la prezzemola Julianne Moore (ma quanti film fa?) e il Mattone.

In chiusura dell’incontro, è stato chiesto a George se ha intenzione di candidarsi alla presidenza degli USA in futuro.

Mattone ha risposto per lui: “In questo momento voterei chiunque” (Trump era il grosso fantasma nella stanza).

Clooney ha glissato elegantemente. Mi sa che siamo già in campagna elettorale.

Foxtrot

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Di Samuel Maoz.

Uno dei film più tristi e opprimenti che ho mai visto. Roba che in confronto La stanza del figlio di Moretti è un picnic nel bosco.

Anche qua abbiamo una coppia di genitori, israeliani, che deve fare i conti con la morte del figlio soldato.

O forse no.

O forse sì, e proprio lo sventato pericolo diventerà la causa indiretta.

Il film prende il nome dai quattro passi del ballo foxtrot, in cui sembra che si proceda ma in realtà si torna al punto di partenza.

Anche qua, abbiamo un cane maltrattato, il cane di famiglia che si prende ogni tanto le botte del padre in lutto.

In compenso, c’è un cammello killer.

La rivincita delle bestie.


In serata, ci aspetta un film candidato a Orizzonti e al Queer Lion, Marvin, e il momento più atteso dell’anno: la mitica proiezione di mezzanotte!

Tocca al film Brawl in the Cell Block D. 99, con Vince Vaughn e Jennifer Carpenter, violento e ambientato in una prigione.

Ve lo racconterà meglio Sara nel Daily di domani di Venezia 74, poiché io finito il film mi fiondo a volo d’angelo tra le braccia di Morfeo.

(Niente concilia meglio la nanna dei film dove si saccano di botte).

Spero che il mio resoconto vi sia gradito. Alla prossima!

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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