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Venezia 74 – Daily 8: malavita e musical, ma la palpebra inizia a calare inesorabile

Ieri è stato un giorno di grosse incazzature dovute al film di Aronofsky – quando vedi film così brutti e così compiaciuti, resti di cattivo umore tutto il dì. Per questo, stamattina, siamo andate a risollevarci un po’ il morale con

AMMORE E MALAVITA

Ammore e malavita

Da qualche anno l’Italia sta cercando di reinserirsi nei binari delle “produzioni di genere”. Abbiamo avuto risultati felici, con la serie Gomorra e con il film Lo chiamavano Jeeg Robot: ciò che, nei loro generi diversi, questi prodotti hanno in comune è l’ambientazione mafiosa, il contesto suburbano e degradato di città come Napoli o Roma.

Nel caso di Ammore e malavita dei fratelli Manetti, parliamo di un genere pochissimo affrontato nel nostro paese e capace ancora di spaventare il pubblico più della saga dell’Enigmista: il musical.

Il film si pone in un punto di raccordo tra il musical hollywoodiano, il musicarello italiano e le canzoni neomelodiche napoletane (D’Alessio docet, ahimè) e ha il merito di mascherare i suoi limiti tecnici con una sana dose di auto-ironia.

La location di partenza sono, ancora una volta, le vele di Scampia, ormai assurte a monumento involontario e in quanto tali, teatro di uno dei momenti musicali più divertenti del film. Qui vive un’infermiera (Serena Rossi con capello afro) che sarà, suo malgrado, testimone di un tiro mancino che un boss della malavita vuole giocare alle forze dell’ordine. Su consiglio della moglie Claudia Gerini, appassionata cinefila, il Don simula infatti la propria morte come nel film di 007 Si vive solo due volte e invia uno dei suoi galoppini, Ciro, a uccidere l’infermiera che sa troppo.

A sorpresa, però, Fatima (l’infermiera) e Ciro si riconoscono, anzi: sono stati il primo e unico amore l’una dell’altro. Da qui in poi, i due fuggono per evitare che la ragazza venga eliminata.

Tutto questo, come da copione, intervallato da numeri musicali – tutti quanti brani originali a parte un ri-adattamento di nientemeno che “What a feeling” di Flashdance in chiave napoletana.

Tutto molto trash. In senso buono però.

Il film è carino e divertente. Per quanto io malsopporti la musica neomelodica napoletana, devo dire che questo è l’unico neo vero e proprio che mi ha disturbato del film, che di per sé è piacevole – pur non volando mai alto a picchi di genio. Insomma: il paragone con il supereroistico Jeeg Robot è a mani bassissime a favore di quest’ultimo.

Però dai. Stiamo migliorando.

SWEET COUNTRY

Sweet Country

Questi film su processi in giro per il globo (prima The Insult in Libano, poi quello giapponese ieri) hanno sfrantecato i marroni.

In questo caso siamo in Australia, ma scenario western: un servo nero uccide un bianco per proteggere la propria moglie, tutti vogliono la sua testa su un piatto, un bianco illuminato interpretato da Sam Neill (Jurassic Park) lo difende, subirà un processo.

Poi devo avanzare il certificato medico in questo caso poiché ho dormito per tre quarti di film. A un certo punto mi sono svegliata disturbata dal mio stesso russare.

Bene ma non benissimo.

Loving Pablo (in realtà no)

Loving Pablo

Il “no” non è dovuto a scarso apprezzamento, ma al fatto che io e Sara non siamo riuscite a vederlo: non avevamo il biglietto (causa: mera pesaculaggine a prenotare) e abbiamo provato a metterci in coda fuori dalla Sala Grande. L’attesa è stata lunga ed estenuante, poiché la golden couple, anzi, la “pareja dorada” del cinema hollywoodiano, Javier Bardem e Penelope Cruz, si è fermata sul red carpet per ore a firmare ogni singolo autografo. Alla fine non siamo riuscite a entrare e abbiamo ripiegato su un buon gelato, in attesa di sapere da fonti altre se vale la pena o meno di recuperarlo in replica.

Si segnala, comunque, il piccolo miracolo avvenuto durante la coda: generalmente le code fuori dalla sala grande sono una via crucis in cui gli accreditati perdono ogni dignità e spirito solidale, calpestandosi a vicenda pur di entrare. È bastata l’angelica presenza di un buttadentro che, con calma e gentilezza, ha esortato la gente a procedere ordinatamente per la mera soddisfazione di non comportarsi da gnu, per far mutare radicalmente l’atteggiamento collettivo.

File ordinate come non si vedevano dai tempi dei quarantaquattro gatti. Ed eravamo così rilassati che quando non siamo riuscite ad entrare abbiamo comunque ringraziato per la correttezza.

Cose belle dal Lido.

Anche se, con tutta la stima per chi riesce a relazionarsi col pubblico senza maturare manie omicide, il mio eroe rimarrà la maschera che dentro la Sala Grande usa un puntatore luminoso verde sui cellulari dei giornalisti fino a che vengono spenti.

Il lavoro della vita.

È iniziata ufficialmente la fase più calma del Festival di Venezia, i divi migrano alla volta di Toronto da domani (ma le anteprime quest’anno sono tutte toccate a noi: sucate canadesi) e noi cominciamo già a fare pronostici e tifi per i premi.

I nostri big favoriti sono, naturalmente, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri di McDonagh e The Shape of Water di Del Toro.

C’è chi teme che il Leone D’Oro andrà al documentario di tre ore di Wiseman sulla biblioteca di New York. Non so se è un incubo oppure una prospettiva concreta. So solo che già alla conferenza stampa, con le considerazioni qualunquiste dei giornalisti sugli italiani che leggono troppo poco, volevo bere la cicuta.

Mai che ci sia un bibitaro di cicuta in sala stampa quando serve (ovvero sempre).

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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