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Venezia 74 – Daily 7: Accorrete, che oggi abbiamo un ospite!

Qui trovate le puntate precedenti dei Daily di Venezia 74, ma prima di passare alle terrificanti novità vi giustifico il titolo ricco di mistero: oggi abbiamo davvero un ospite speciale.

Il mio amico Matteo Strukul ha acconsentito a dedicare un po’ di tempo al MacGuffin per fare una chiacchierata sui migliori film visti alla Mostra. Matteo, oltre ad essere uno scrittore fenomenale (e fresco di meritata vittoria al Premio Bancarella con I Medici) e un grande appassionato di cinema, è una delle menti dietro al progetto padovano Sugarpulp. Non sapete di cosa sto parlando? Andate a scoprire tutto sul Festival SugarCon e correte a prenotarvi il trenino per Padova a fine settembre, che c’è di che divertirsi!

Ciance da Festival

C’è una cosa su cui io e Matteo Strukul siamo completamente d’accordo: lo svolgimento narrativo lineare, semplice, “classico”, troppo spesso nei contesti festivalieri è “sottovalutato” in favore andamenti più sfilacciati e meno canonici. Con esiti anche poco felici, che però vengono salutati come capolavori perché… perché… perché “famolo strano”. Fa tanto fine menarsela da intellettuali che l’hanno capita.

Ecco, noi no. Noi siamo fedelmente appassionati di tutto ciò che, con ritmi e modalità diverse, ha un sacrosanto inizio-svolgimento-fine. Non è per cattiveria. Semplicemente non tendiamo al masochismo cinematografico.

Con questa premessa, ho chiesto a Matteo quali siano i suoi film preferiti fino ad oggi e devo dire che concordo alla grande con la rosa dei suoi tre titoli e con i suoi commenti:

  1. Three Billboards Outside Ebbings, Missouri: “Un film capace di ribaltare completamente lo sguardo e le aspettative dello spettatore sui personaggi. Personaggi autentici, che si evolvono in modo imprevedibile: Frances McDormand poi è mostruosamente brava. Fa quasi paura.”
  2. The Leisure Seeker: “Un regista italiano che propone un film di respiro internazionale. Un tema denso e importante come quello dell’autodeterminazione. Due interpreti straordinari.”
  3. The Shape of Water: “Visivamente forse il film più bello di Del Toro: una rivisitazione dell’archetipo della Bella e la Bestia, messo in scena con originalità e cura. La storia d’amore è meravigliosa ma la grande forza del film è la capacità di miscelare suggestioni diverse in un equilibrio perfetto che forse mancava in alcuni lavori precedenti”.

Se la classifica subisce delle modifiche chiederò a Matteo un aggiornamento di fine Festival: nel frattempo vogliatevi bene e andate a curiosare tra i suoi libri, e tra le tante iniziative del mondo Sugarpulp – che sono tutte cose belle.

Una famiglia

Una famiglia di Sebastiano Riso l’ho visto ieri, ma siccome la Fra l’ha skippato gioiosamente ve ne parlo io alla veloce, appollaiata sullo sgabello della cucina alle due del mattino.

Il tema è serio: la vendita illegale di neonati ad aspiranti genitori che per vari motivi non hanno la possibilità di adottare legalmente. Il film pure, è serio. Intenso, drammatico, con un personaggio maschile che vi farà pure abbastanza schifo.

Non sono uscita dalla sala con gli occhi rovesciati, ma mi è comunque piaciuto molto. Ho la sensazione che non sia stato troppo apprezzato, mediamente, ed è un peccato. Perché è un film coraggioso su un argomento difficile, proposto in un paese che conserva inalterato il suo retrogusto bigotto.

Non c’entra nulla con Una famiglia ma mi bullo comunque qui sotto del mio preziosissimo scatto con Edgar Wright – che come vi avevo accennato un paio di Daily fa era il mio bersaglio numero uno di questa edizione. Sono una zombina felice.

Venezia 74 giuria Edgar Wright

“E comunque i cani possono guardare in alto”.

Mother

Qui entriamo nella parte lugubre del Daily: mi duole informarvi, con dolorosa costernazione, che l’ultimo lavoro di Darren Aronofsky è, in una parola, brutto. Molto brutto. Nonostante Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris. Nonostante la bella confezione. Nonostante il poster caruccetto. Nonostante l’hype, gli adolescenti in fregola per Jennifer Lawrence, le aspettative altissime del’universomondo (me compresa).

Vi dirò di più: è Il Più Brutto del Festival. E uno dei più brutti film “d’alto profilo” in cui io abbia avuto la sfortuna di inciampare, in assoluto.

L’intero film è un’allegoria sul processo creativo: un’allegoria che comincia a prendere forma con chiarezza per lo spettatore verso la metà. Il problema principale è la concezione offensiva, narcisistica, antiquata e pure un filo fallocentrica del processo creativo stesso. Vi butto lì qualche cliché:

  • L’Artista è Dimolto Tormentato
  • L’Artista s’affida alla Musa, con la quale partorisce l’Opera
  • Il lavoro d’Artista è catartico e distruttivo
  • L’Artista non s’accontenta del favore della Musa, ma abbisogna del consenso del Pubblico
  • Il Pubblico cafone et belluino divora l’Opera dell’Artista snaturandola dalla sua Musa
  • Dalle ceneri di questa distruzione Risorge una Nuova Musa per compiacere l’ego d’Artista
  • L’Artista crede, fondamentalmente, d’essere un gran figo (ma in realtà invidia segretamente il proprio stesso pene allo specchio).

Smettete per un secondo di vomitare fastidio e sappiate che vi ho appena raccontato a grandi linee la trama di Mother. Tenetevene alla larga.

The Third Murder

Filmaccio giapponese su cui ho poco da dirvi. Seriamente. Una palude.

Un tizio confessa di aver commesso un omicidio e rischia la pena di morte. Lo segue un brillante avvocato, che cerca di ottenere la riduzione della pena all’ergastolo. Il tizio però cambia versione sullo svolgimento dei fatti quelle cinque o sei volte. Alla fine si dichiara addirittura innocente, e intuiamo vagamente il perché. Della sua innocenza o colpevolezza alla fine del film non avremo la garanzia, ma tanto ce ne fregava davvero poco, quindi a posto così e a mai più rivederci.

Jim & Andy: the Great Beyond

Posso dire che il documentario sulla realizzazione di Man on the Moon è stato, per quanto mi riguarda, il momento più emozionante del Festival fino ad oggi. Un po’ perché Jim Carrey la mia generazione l’ha svezzata, un po’ perché il film di Forman era una figata indiscutibile, un po’ perché ne venivo da quel naufragio di Motherche sulle stesse tematiche ha fatto un’impepata di cozze.

Jim Carrey Man on the Moon Venezia 74 Andy Kaufman

Medaglia al valore per la snodabilità di un Jim Carrey ormai over 50. Sì, l’amorino a sinistra è John Landis.

Jim & Andy, va detto, è molto più “Jim” di quanto non sia “Andy”: racconta il lavoro sul personaggio che Jim portava avanti sul set anche dietro le quinte, costantemente. Divertendo, irritando, affascinando e commuovendo l’intera troupe (un minuto di silenzio per Milos Forman, che a un certo punto non sapeva più dove sbattere la testa).

Ma c’è molto di più: è un documentario capace DAVVERO di raccontare l’artista (beccati questa, Aronofsky), il bisogno di attenzione, la fragilità, la forza creativa potente e folle di un grande attore come Jim Carrey – che lascia a bocca aperta per la sua umanità ingarbugliata ma in qualche modo “trasparente”.

All’uscita dal cinema, al classico Stronzolo che gli si buttava addosso col telefonino teso per scattare un selfie, ha chiesto “dai, non farmi una foto, parlami“. E la trovo una cosa bellissima.

Ancora con l’occhietto commosso vado a dormire, o miei eroi che ci seguite con stoicismo. La mia Musa giace ormai consunta tra le sue ceneri pronta a risorgere con rinnovato vigor… NO. Non mi riprenderò mai dal ribrezzo per Mother, no.

Restate in modalità Venezia 74 ancora per qualche giorno, che abbiamo davanti tanta roba.

Article written by:

Sara Boero

Sua madre dice che è nata nel 1985, a lei sembrano passati secoli. Scrive da quando sa toccarsi la punta del naso con la lingua e poco dopo si è accorta di amare il cinema. È feticista di Tarantino almeno quanto Tarantino dei piedi. Non guardatele mai dentro la borsa, e potrete continuare a coltivare l'illusione che sia una persona pignola.

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