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Woman of the Photographs: Identità e relazioni ai tempi di Instagram

Woman of the Photographs: Identità e relazioni ai tempi di Instagram My rating: 4 out of 5

Hideaki Nagai

Creatura interessante Woman of the Photographs, esordio alla regia di Takeshi Kushida presentato in concorso al Ravenna Nightmare Film Fest del 2020. È un’originale ed estremamente efficace storia d’amore (a metà strada tra il body horror alla Shin’ya Tsukamoto e il melodramma), che si articola attorno a molteplici piani di lettura, mescolati a una cura estetica consapevolissima del mezzo. È uno sguardo lucido e a tratti inquietante sull’ossessione per l’apparenza ai tempi del social media, una dimostrazione di quanto ci interessi la percezione che gli altri hanno di noi, e di quanto sia facile falsificare l’immagine per adattarla a ciò che reputiamo canone di perfezione. Protagonista della vicenda è l’attempato e solitario Kai (Hideaki Nagai), un fotografo misogino che passa le sue giornate a inseguire insetti da immortalare e a ritoccare le foto dei suoi clienti, secondo i meccanismi di una routine asettica e ripetitiva. Durante un’escursione boschiva, l’uomo si imbatte in Kyoko (Itsuki Otaki), un’affascinante influencer che, tentando di scattare una foto per il suo account Instagram dalla cima di un albero, si procura un grosso sfregio sulla clavicola. Da questo incontro prenderà vita una bizzarra relazione che farà la differenza nella riscoperta identitaria dei due protagonisti, metaforizzata dal ciclo vitale della mantide religiosa da compagnia di Kai.

Sin dal prologo si capisce che Woman of the Photographs è ammantato di un’attenzione narrativa e stilistica che evita al film di venir sopraffatto dal peso dell’ostentazione d’autore. La regia minimale di Kushida lavora in sottrazione su dialoghi stringati e lunghi silenzi, e bombarda lo spettatore di immagini esplicative da cui si diramerà la progressiva connessione emotiva con i personaggi. La prova artistica dei due protagonisti (entrambi d’estrazione teatrale) è impressionante, e trasuda una chimica credibilissima nei risvolti, pieni di sottigliezze espressive da cogliere e studiare, come se in campo ci fosse una seconda sceneggiatura di non detti. Il notevole operatore Yu Oishi sfrutta il potenziale di location e interni per coinvolgere volti, corpi e abiti in un’elegante danza esistenziale a suon di servizi fotografici, incalzante e dinamica malgrado la staticità dell’azione. L’elemento body horror della ferita di Kyoko (che la donna si gratta con insistenza in ogni momento di malessere) è una virgolettatura simbolica di gran classe, non così truculenta come si potrebbe pensare, ma comunque capace di mettere a disagio grazie a un realistico trucco pratico e, soprattutto, a un sound design da pelle d’oca che enfatizza i giusti rumori quando opportuno.

Itsuki Otaki

La storia procede con ritmo rilassato e avvolgente, scoperchiando il vaso di Pandora delle tribolazioni dell’uomo moderno. Kushida sottolinea l’inclinazione della società a forzare i singoli a vivere seguendo il motto “la bellezza è l’unica cosa” finché queste ossessioni autoindotte non divorano in toto la mente, come nel caso di una cliente abituale di Kai e delle sue assurde richieste di ritocchi a una foto che sia la più accattivante possibile per gli uomini che frequentano i siti d’incontro. L’orrore di questa ossessione per l’immagine falsata si rintraccia ovviamente anche nel ruolo giocato giorno dopo giorno dai social media, fonte di gloria passeggera che aziende avide sfruttano manipolando influencer e follower, e a volte anticamera per un inferno votato all’autolesionismo. A tutto ciò fa da contraltare il travaglio interiore di Kai davanti al bisogno fisiologico di aprirsi il mondo, dopo una vita segnata dal rifiuto dell’universo femminile per colpa di conflitti giovanili irrisolti.

L’altro nodo centrale di Woman of the Photographs è proprio l’alienazione delle interazioni sociali, un problema molto giapponese che prevede la desertificazione dei sentimenti in nome della consacrazione all’avanzamento di carriera o a una routine programmata a regola d’arte, priva di interferenze emotive. Il parallelismo tra la mantide religiosa (che divora il compagno dopo l’accoppiamento) e Kai, la cui esistenza noiosa e ripetuta in loop viene sconvolta dall’arrivo di Kyoko, è il miglior strumento a disposizione del regista avvalorare il suo messaggio critico e l’analisi di discrepanze senza tempo, valide a ogni latitudine. In attesa del prossimo lavoro di Kushida, applaudiamo uno dei film più intelligenti dell’anno.

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Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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