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Telefonata con Luca Sorgato, regista della “Trilogia sulla disillusione”

Dall’opera di Attilio Lolini, poeta scomparso nel 2017, il regista Luca Sorgato trae tre cortometraggi – Ventilatore, Pistacchi e Sbadigli – che formano la Trilogia sulla disillusione. Al centro di questi film, un uomo vecchio (interpretato da Renato Ansaldi) che vive immerso nell’inedia e nel degrado, chiuso in sé stesso. Grazie a Francesco Gamberini, suo uffico stampa, ho potuto fare due chiacchiere con questo giovane regista (classe 1985).


L’indipendente che non si gira addosso

Tempo fa su FilmTV è stata pubblicata una striscia di Astutillo Smeriglia (In coma è meglio, Homo Homini Bisonte, Preti, Tutto quello che c’è da sapere su tutto quanto): attraverso una telecamera vediamo una scena d’amore a letto, da fuori la nuvoletta del regista che corregge l’inquadratura – “Stop! Inquadra più a destra!” – finché non arriva ad inquadrare sé stesso sulla sedia – “Perfetto!”.

Non c’è certo bisogno della didascalia per capirla, perché è esattamente quello che pensiamo tutti non appena sentiamo le parole “Cinema d’autore” (soprattutto se d’essai). Un Cinema fatto da persone completamente disinteressate a raccontare qualcosa al di fuori di sé stessi – e a piacere a chiunque, al di fuori di sé stessi.

Questo è chiaramente un luogo comune legato ad un determinato tipo di Cinema d’autore indipendente con determinate ambizioni estetico-narrative, ed è drammaticamente radicato – anche perché supportato da una pletora non indifferente di esempi. Specie se consideriamo quegli pseudo-artisti introspettivi, che si ostinano a proporre un’estetica solo all’apparenza anticonvenzionale e alternativa, ma che risulta incredibilmente superficiale e sterile.

Ecco perché capirei la reazione, tutt’altro che positiva, che potreste avere nell’apprendere di stare per leggere alcuni commenti “critici” ad una trilogia di cortometraggi chiamata Trilogia sulla disillusione basata sulle poesie di Attilio Lolini – poeta atipico, poco convenzionale, decisamente di nicchia, legato al mondo dell’editoria di estrema sinistra, morto quasi cinque anni fa – misti ad alcuni estratti di una conversazione avuta con lo stesso regista, Luca Sorgato.

(Foto scattata da Luca Sorgato nello studio di Attilio Lolini)

Tuttavia in un panorama di personalità che faticano ad emergere come registi, ci sono alcuni che vale la pena tenere d’occhio. Anche solo per attendere con curiosità se il loro tragitto li porterà a farsi divorare o a crearsi uno spazio di libertà in cui piantare i piedi ed esprimersi.

Spero di poter spiegare perché secondo me, alla luce del suo lavoro svolto con la Trilogia sulla disillusione, Luca Sorgato possa essere uno di questi.


Chi è Sorgato? E come arriva ad Attilio Lolini?

SORGATO – Io sono principalmente un autodidatta. Mi sono dedicato a questo intorno ai vent’anni (il mondo video, delle telecamere…), poi ho cominciato a lavorare in televisione subito, perché pagavano molto bene e ti davano la possibilità di lavorare con la telecamera. Ho imparato tutto lì, quindi la mia formazione è televisiva principalmente. A posteriori, quando ripenso a quel periodo mi manca, perché in effetti ho imparato tante cose. Passare in quel mondo così grottesco mi ha lasciato delle scie e ancora adesso continuo a ricordare quel periodo, anche se in quel momento mi faceva schifo e mi dava un profondo senso di disgusto.

E Lolini?

SORGATO – Purtroppo Lolini l’ho conosciuto l’anno stesso che è morto; così, per caso in biblioteca mi ha colpito subito una sua poesia. Ho fatto appena in tempo a scrivergli una lettera ed è morto. Era il 2017, qualche mese prima che morisse, ho preso un po’ di coraggio e gli ho scritto una lettera. Dopo qualche settimana, ho appreso sul giornale che era morto, ma non mi sono perso d’animo e ho continuato a voler portare avanti questa idea di cortometraggi basati sulle sue poesie. Ho avuto modo di conoscere la moglie, lavorare sul suo materiale originale, sulle sue bozze, entrare nella sua stanza.
Qui ci vogliono un po’ di smancerie, sentivo una sorta di connessione tra me e il defunto e volevo portarla avanti. Sono usciti così tre cortometraggi e ora un lungometraggio basato sull’unico romanzo che ha scritto, uscito nell’87 che si chiama Morte Sospesa, la cui scrittura mi sta impegnando da un paio d’anni. Non credo si farà ma è bello costruirlo piano piano ed è bello avere la signora Lolini che comunque avalla ogni iniziativa. È molto contenta di questo, forse lo faccio anche per lei. Poi (la vedova, ndr.) mi invita spesso a pranzo in quella casa in cui sono state scritte queste opere meravigliose. Mi sento fortunato per questa conoscenza, anche se un po’ in colpa a volte. Per me scoprire questo (il mondo di Lolini, ndr.) è stato un regalo. È assurdo che apprezzino Lolini, per dire, in Cina e non qui in Italia. È un vero patrimonio, un poeta sublime e non viene per niente ricordato in patria. Questo mi da un senso di schifo, ma vado avanti in attesa che anche altri si comincino ad appassionare.


Dobbiamo Togliere!

…diceva Moretti al suo attore-Freud su Sogni d’oro, cercando di indirizzarlo verso un’interpretazione più posata e meno sopra le righe. Questo vale per degli attori che hanno tanto l’ardore di esprimere ogni fibra del proprio talento, mettendo in primo piano la loro bravura e non il loro personaggio, ma vale anche per qualsiasi altro membro della produzione; regista compreso. I migliori registi sono proprio quelli che sanno rinunciare a delle grandi rappresentazioni di bravura, tutto in funzione di ciò che stanno raccontando.

Naturalmente questo non vuol dire che il prodotto filmato debba diventare una ripresa di “teste parlanti” (talking heads) o piatte e squallide riprese di ambienti. Ci vuole l’equilibrio (o anche il disequilibrio) giusto per trovare lo stile migliore per i personaggi e la storia.

Nella Trilogia sulla disillusione vediamo proprio questo. Un’operazione di rimozione in favore di quello che si sta filmando, per favorire la creazione dei quadri giusti, del ritmo giusto. Il suo realizzatore e il poeta Attilio Lolini, sembrano scomparire, per andare a nascondersi tra le trame dei tre corti. In primo piano solo il mondo del protagonista e il suo confuso e malinconico vagare senza meta.


Sorgato-Ansaldi
Luca Sorgato e Renato Ansaldi

Quando un regista ha un’idea così astratta e mentale per realizzare corti come questi, deve poi riuscire ad instaurare un dialogo con l’attore in modo da portarlo a contribuire al meglio col suo lavoro. Che tipo di indicazioni si danno in questi casi? Col tuo attore che tipo di dialogo hai avuto?

SORGATO – Renato Ansaldi è stato il motivo per cui ho realizzato i corti.. perché il suo corpo si adattava benissimo a questa ricerca estetica che volevo dare. Ci siamo conosciuti, inizialmente avevo anche paura che mi ammazzasse… Da questo timore c’era anche una sorta di fascinazione, ero attratto da questa cosa, volevo quasi che mi ammazzasse! Ad ogni modo, Renato è un attore. Io voglio lavorare con persone consapevoli di quello che fanno, prima regola. Dico questo perché ci sono tanti film in cui ci si approfitta di questi elementi particolari, ci vuole sempre il consenso, invece. Renato è sempre stato molto lucido. Facendo l’attore, con me ha avuto un dialogo sempre molto professionale. L’unica cosa da evitare era il suo essere troppo “esuberante”. Il mio lavoro con lui è semplicemente stato tapparlo. Fargli tenere tutto dentro. Io gli ho sempre detto di essere un contenitore chiuso, essere una pentola a pressione e non fare uscire niente, e così è stato per i tre film. Ma questo lavoro è venuto da sé: se lo conosci sai che è un tizio che ama esagerare, uno che viene al bar e vuole tenere banco in ogni situazione. A me piaceva lavorarci al contrario, e quindi fargli tenere tutto dentro. Perché tanto tutto quello che tiene dentro viene percepito, e in maniera più alta. Se esce è merda.

Perché avevi paura che ti ammazzasse?

SORGATO – Non so. Probabilmente era un problema mio. Nel senso che arrivo da un ambiente di sicurezza, arrivo dalla borghesia. Quindi vado in un ambiente ostile, una sorta di baracca, con questo personaggio che dice “Voglio picchiarti!” chiaramente non vai con i migliori pensieri. Non so, fossi stato in carcere sarei andato lì più a cuor leggero (del tipo “se mi ammazza lo ammazzo prima io”). Con lui mi sentivo di arrivare un po’ fuori dal mio ambiente di sicurezza, sprovveduto. Ma la meraviglia, ripeto, è nata da questa paura. Incontrare una persona che è consapevole di vivere al limite, in una casa al limite della sopportazione, nello sporco. È lui il primo a dirmi “Guarda non ti offro da bere”.

“Ventilatore”

Questo risponde ad una mia domanda sulle scenografie degradate della casa di “Ventilatore”, che trovavo molto ben curate. Avrei voluto farti una domanda in merito al modo in cui è stata ricostruita quella scenografia, ma mi pare di capire che non è stata ricostruita.

SORGATO – No, infatti. Anche qui mi piace lavorare con metodo che parte dalla pigrizia (non è uno scherzo, è vero). Quando trovi qualcosa di già pronto e adatto, perché esistono queste cose e sono spesso riconducibili a qualcosa di vissuto e di vecchio, di decadente, quando trovi questi angoli paradisiaci, la telecamera rende molto di più, e la casa di Renato rendeva a meraviglia. Prima di andare non pensavo di girare a casa sua. Poi, per dire, avevo comprato una dentiera e lui mi ha detto “Ma usiamo la mia, no?” e se l’è tolta e se l’è tenuta in mano. Sono queste cose che ti fanno capire che la realtà è veramente più… come dire… Ecco, alla fine si tratta di creare la finzione con un certo grado di realtà. – …Per pigrizia. Perché comunque quella componente c’è sempre! – Poi ecco, per ricreare tutto devi essere davvero un maestro! Quindi ricreare quella scenografia, come casa sua, sarebbe veramente da pochi e probabilmente sono tutti morti. Quindi bisogna sfruttare il reale per comodità.

E per pigrizia…

SORGATO – Certo, ma positiva eh. Sono contento che ci sia questo elemento che ti porta a lavorare meglio.

Noto che hai un bel rapporto con la tua pigrizia, che comunque è creativa.

SORGATO – Certo. Sono un tipo abbastanza attivo, ma è anche molto bello buttare via il tempo, in quei momenti vengono fuori delle belle cose e delle belle idee.


Il mondo della Trilogia sulla Disillusione

Una caligine mattutina e malinconica avvolge il protagonista nel corto “Sbadigli”

Niente di quel che usiamo per poco, e poi gettiamo nella spazzatura scompare veramente. Sembra una banalità, ma nel momento in cui noi buttiamo qualcosa, scompare dai nostri pensieri e di conseguenza, quell’oggetto per noi non esiste più. Ma il mondo non funziona così. Immaginiamo una stanza: se noi mettiamo da parte qualcosa, anche se sotto al tappeto o su un comodino lontano dalla nostra vista, questo qualcosa si accumula, si macera da una parte, e prima o poi ce la ritroviamo nuovamente tra i piedi (come un ricordo che eravamo riusciti a rimuovere e che immediatamente riaffiora).

Il nostro mondo non è poi così diverso: per quanto lontano possiamo mandare i nostri rifiuti, essi torneranno. Basta vedere il mare, che con le sue correnti accumula tutto e con la risacca lo riconsegna alla spiaggia – sotto gli occhi attoniti delle persone che quella spazzatura l’hanno prodotta.
Nella sua trilogia sulla disillusione, Sorgato impressiona un mondo che sembra un mare denso di rifiuti di almeno quarant’anni di consumismo occidentale. Vediamo prodotti per giardino, gadget kitsch, piccoli orpelli scaramantici e molto altro…


Un accatastarsi convulso di oggetti logori e vecchi, che stridono tra loro e che rendono complicato datare con precisione le vicende dei tre cortometraggi. Sono luoghi degradati, sospesi in un eterno presente, costruito con le macerie del suo passato; un passato che ha molto più senso e significato per i suoi personaggi del presente e del futuro. Non è un caso che il protagonista di questa trilogia sia un uomo anziano.


Pistacchi

Si capisce sin da subito che la fotografia sia un aspetto che tieni molto a curare nel dettaglio…

SORGATO A me piace la fotografia, e ne ho anche un’idea, solo che non sono in grado di realizzarla, quindi mi sono affidato a persone sempre più brave. Dei professionisti che, veramente, sono molto più bravi loro a fare la fotografia che io a fare il regista. Questo poco ma sicuro. Ma ecco, è un elemento importantissimo (la fotografia, ndr.) perché ricrei veramente l’atmosfera. Poi in ogni capitolo c’era, diciamo una tendenza a copiare. Ogni capitolo della Trilogia ha un riferimento ben preciso; perché il primo è Pedro Costa, il secondo è Kaurismäki e il terzo… non lo so. Dovrei inventarmi un nome a caso, perché non mi ricordo. Forse entrambe le cose il terzo.

Una sintesi dei due, diciamo.

SORGATO Ecco sì, forse è andata così! Quando parlavamo con Gianluca (che è stato il direttore della fotografia del terzo corto) dicevamo proprio di fare una sintesi tra la fotografia di Costa e quelli di Kaurismäki. Poi ovviamente non ci siamo riusciti, è uscito qualcos’altro. Però il risultato è molto bello.

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“Vitalina Varela” (Pedro Costa, 2019)

No, il risultato è ottimo. Si vede che ci tieni molto. Le inquadrature sono molto curate e ricercate. Poi il ruolo della luce è centrale nei tuoi corti, quindi avere un buon direttore della fotografia che la sappia sfruttare immagino sia il minimo.

SORGATO Il discorso sulle inquadrature è un altro discorso molto importante insieme alla fotografia, perché mi piace arrivare sul set con il film già finito, non mi piacciono i (metodi, ndr.) documentaristi. Arrivi in sala di montaggio con hard disk pieni di roba e ti metti a lavoro, è un metodo che non trovo proficuo.

È la tua concessione alla finzione cinematografica.

SORGATO Sì. Ma poi, ti dirò, credo che ci sia anche un numero di (tenativi, ndr.) di inquadrature possibili che puoi rifare. Una… due… Se non esce le prime tre volte si vede che non devi farla. Uno di quegli aspetti che mi fa godere di questo lavoro è tornare a casa sapendo che ne hai fatta una sola (inquadratura, ndr.). Questo mi mette un entusiasmo fuori dal comune! Ad esempio in Sbadigli la scena del treno che passa nella nebbia l’abbiamo fatta una volta sola! Manco fossimo col Walkie talkie in collegamento col macchinista! Se l’avessimo organizzata non sarebbe mai venuta così; quindi lì sì, c’è un po’ di documentario. Poi alla fine le cose si mescolano. Ma sai, è l’approccio documentarista di girare girare e girare che odio perché l’ho fatto per la televisione e quindi cerco di respingerlo con tutte le mie forze. L’approccio televisivo è quello di riprendere costantemente tutto. C’è questa ossessione della ripresa costante, questa cosa è l’anti-cinema! – E giustamente si fa in televisione – Però c’è anche questo approccio di fare film in questo modo qua, riprendere tutto quello che succede non è accettabile, semplicemente. Il film va scritto e va eseguito quello che sta scritto sul foglio. È un approccio garbato alla vita e al cinema. La sovrabbondanza è da ripudiare in ogni campo.


Trovare l’autentico

Partiamo da un presupposto semplicissimo:

“In ogni forma d’Arte crei nel pubblico l’illusione di guardare la realtà attraverso i tuoi occhi. La macchina da presa mente costantemente, mente ventiquattro volte al secondo.”
(Brian De Palma, A Personal Journey With Martin Scorsese Through American Movies)

Anche con un documentario, al Cinema non vedremo mai la realtà fattuale, perché osserviamo sempre con lo sguardo di qualcun altro. Ecco perché gli artisti di Cinema (intelligenti) puntano sulla ricerca del verosimile per ottenere il credibile e non su fantasmi quali “naturalezza” e “verità”, che sarebbero comunque artificiosi.

Sorgato capisce da questo punto di vista come condurre la sua ricerca di verosimiglianza. Non filma tonnellate di girato per poi scegliere il migliore, ma, con una scelta quadrata e ponderata, stabilisce le inquadrature che vuole portare in cabina di montaggio, forte di una visione mentale ben precisa. Ed è proprio grazie a questa mancata ricerca ossessiva di materiale, e grazie ad uno sguardo cinematografico – solo apparentemente convenzionale – attento agli ambienti e alle dinamiche che sta cercando di catturare, che la realtà salta in grembo alla macchina da presa. Come un animale avvicinato con calma e pazienza.

E in questa spontaneità troviamo parte della magia di questi tre corti.


Questa domanda prendila per quella che è: una morbosa curiosità di una persona fissata con un argomento che sta studiando. In “Pistacchi”, il secondo film della trilogia, si sente una televisione accesa in sottofondo dalla quale vengono trasmessi due classici di Walt Disney, ovvero i corti “Mad Doctor” e “Plane Crazy” (della serie di Topolino). Ora, potremmo vedere questi inserti sonori come un riferimento al fatto che “Pistacchi” si concentra su personaggi che si impuntano a crearsi una propria visione della realtà, quasi un’altra realtà, cosa che desiderava fare lo stesso Disney prima con i corti, poi con i parchi?

SORGATO – No. Non è voluta.

Ah ok. (risata imbarazzata)

SORGATO – No, ma sono contento che sia nata in te questa considerazione, perché il cinema vive in chi lo guarda e si innescano dei sensi multiformi ed infiniti negli spettatori di un audiovisivo, di una fotografia. In quel caso lì, mi serviva più a livello fonetico, sonoro qualcosa di molto allegro…

A contrasto diciamo…

SORGATO – Sì che contrastasse con l’atmosfera e in più… (ride) E in più che giustificasse quel riflesso blu che c’è (nell’inquadratura, ndr.). Perché il proprietario aveva lasciato accesa la televisione e non doveva. però quelli sono i piccoli regali che si insinuano nel ricreare la finzione e che vanno colti. Perché quel riflesso blu che si intravede ogni tanto è perfetto per immaginare una televisione accesa con dei cartoni animati, quindi quello è nato da un regalo del proprietario del locale. Da un errore.

È l’imprevisto!

SORGATO – È l’imprevisto che va colto e va fatto amico.


Trasporre la poesia

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“Il giovane favoloso”

Non una cosa comune. Si traspone da un libro, da un film, se si fa un remake, da una serie tv, da uno speciale televisivo – se si fa un sottovalutatissimo film televisivo su Orson Welles e il suo Quarto Potere. Persino le foto possono essere una fonte di ispirazione per un film, come lo possono essere i quadri, e rispettivamente Flags of our fathers di Clint Eastwood e La ragazza con l’orecchino di perla ce lo hanno dimostrato. Ma la poesia è decisamente una scelta curiosa di adattamento, quantomeno abbastanza fuori moda (considerando che si faceva ai tempi del Cinema Muto).

Possiamo avere degli esempi recenti con il bellissimo cortometraggio Vincent di Tim Burton (basato su una sua stessa filastrocca), con Jabberwoky di Terry Gilliam (basato sull’omonima poesia di Carroll) o con il film di Mario Martone Il giovane favoloso (che con grandissima ambizione tentava di portare sul grande schermo il meraviglioso mondo letterario di Giacomo Leopardi, citandone raramente i passi).

Ognuno di questi esempi aveva un metodo di approccio diverso. Nel caso della Trilogia sulla disillusione (ispirata alle poesie Ventilatore, Pistacchi e Sbadigli) ci troviamo di fronte, però, a qualcosa di unico e strano.

Le poesie di Lolini non evocano fantasie, racconti nosense o architetture del mondo. Su cosa lavora quindi Sorgato?


Come ci si pone per realizzare un film tratto da una poesia?

SORGATO – Credo che per quello che mi riguarda ci sia stata una grande percentuale di pigrizia e comodità… nel senso, hai un testo di poche righe sul quale puoi sviluppare delle immagini. Tanto poi comunque le cose sono sempre diverse. La poesia rimane lì nel libro, quello che sono diventati i miei corti sono tutt’altro. Poi per quanto mi riguarda qualsiasi cosa parte da qualcosa di cartaceo. È lì, è scritto, e ti da un po’ lo spunto per iniziare a creare qualcosa di diverso. In più avevo questa idea idea di filmare la poesia su un pezzo di carta e togliere tutto l’alone di “poeticità”. I tre film, per me non sono “poetici”, se ne distaccano da questo luogo comune, sono l’opposto. Lolini si presta a questo, se leggi il libro ti rendi conto che crea delle immagini lampanti – apri il cassetto e c’è la dentiera che ti morde un dito. – Bellissimo! E questa non è “poesia”. Mi piaceva il fatto che fosse poesia solo per etichetta. Mi sono affezionato a lui perché non ti da emozioni, cose di questo tipo. Ti da delle immagini e la mia è stata proprio una pigrizia. C’è questa immagine, provo a rifarla.

C’è poi da dire in questo senso che all’interno di ogni corto dedicato ad una poesia c’è sempre un’altra poesia inserita alla fine.

SORGATO – Infatti. Il titolo arriva dalla poesia che ho letto, da cui ho avuto l’idea iniziale. Poi all’interno del corto la poesia scritta è un’altra, che ne completa il percorso. Pistacchi se la rileggo non c’entra nulla poi con il corto. È difficile tornare indietro e capire cosa ci sia stato in quel momento…

Intendi dire cosa ci sia stato nell’atto creativo del corto?

SORGATO – Sì, esatto.


Avere pietà e rispetto del pubblico

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Sbadigli

Partiamo col dire che ciò che differenzia il regista di questa trilogia di corti dai suoi colleghi indipendenti, oltre ad una certa esperienza tecnica televisiva, è la consapevolezza di stare, molto probabilmente, raccontando qualcosa ad un altro essere umano. In poche parole: nella sua Trilogia sulla disillusione si tiene conto del pubblico.

Questa consapevolezza la vediamo in almeno due aspetti: montaggio e presenza di livelli di comprensione. La Trilogia sulla disillusione si compone di tre corti, dalla durata massima di 19 minuti e minima di 15. Non stiamo dicendo che vedendoli assisterete ad uno spericolato rollercoaster, vi diciamo solo che, accettato il patto secondo il quale stiamo per vedere tre corti tratti da tre poesie (anzi sei) molto particolari, i film non porranno nessun carico in più sulle spalle dello spettatore e cercheranno di venirci incontro individuando un ritmo preciso e costante.

Questo porterà ad un risultato assolutamente sostenibile per chiunque abbia accettato il patto, nonostante inquadrature lunghe, silenziose e statiche, ma assolutamente ipnotiche!

Parlando di piani di comprensione, questi tre corti sono assolutamente alla portata di chiunque. Non appaiono assolutamente enigmatici a chi non conosce il mondo di Lolini, in quanto mostrano uno spettacolo che affonda le sue mani nella solitudine e nell’inedia quotidiana, elementi assolutamente familiari a chiunque. Di contro, i corti possono essere assolutamente interessanti anche per i conoscitori di Lolini, che potranno guardare i film con la mente rivolta ai testi di riferimento.


Un biglietto da visita

Inoltre, in vista di un progetto ambizioso quale è il lungometraggio tratto dal romanzo Morte sospesa, questi tre film appaiono come un biglietto da visita per critici e produttori.

Un biglietto che mostra un regista a suo agio con i tempi, che non si perde nella narrazione volatile e contemplativa, che non appesantisce il ritmo e la comprensione della sua semplice ed essenziale visione e che sa bene come gestire attori, maestranze e imprevisti che sono al suo servizio.

Ecco perché con tutti questi elementi promettenti non può non essere interessante vedere se il buon Sorgato, dopo l’ottima prova con il cortometraggio, possa essere in grado di affrontare l’ardua impresa del lungometraggio. Se non altro per vedere nascere una nuova voce del Cinema d’Essai. Una voce che contribuisca a riportare questo tipo di Cinema sperimentale in qualcosa di meno elitario e prigioniero del solipsismo, ma alla portata di chiunque lo vorrà scoprire e conoscere, pronto ad accoglierlo e a condurlo per mano nel suo mondo fuori dalla zona di conforto del mainstream – come i migliori hanno sempre cercato di fare. Quel Cinema che non è per tutti, ma è alla portata di tutti.


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“Il terzo uomo”

E il lungometraggio?

SORGATO – Il lungometraggio credo non si farà… ma per un fattore scaramantico lo dico. È proprio un approccio alla vita: meglio pensarla male, poi quello che viene viene. Mi sto divertendo da un anno e mezzo a scrivere, sono arrivato ad una buona sceneggiatura (diciamo un 80% di livello di completezza). Qui si aprono diversi scenari, tutti basati su più o meno fondi. Quello che mi sta divertendo è il fatto di poter lavorare sulle pagine originali del romanzo. Morte sospesa è un romanzo che Lolini ha scritto in quindici anni, uscito nell’87; attraverso la signora Lolini ho avuto modo di lavorare sui faldoni, sulle bozze preparatorie e mi sono accorto che il romanzo non è altro che un corpo smembrato. È un romanzo ostile (al lettore, ndr.), Lolini ha appositamente tolto dei pezzi che ho ritrovato nelle bozze – ci saranno una decina di bozze preparatorie – e quindi più andavo indietro e più trovavo il romanzo completo… e questa cosa è assurda. Perché è veramente uno scavare e trovare sempre più dati e informazioni. Credo però che (il film, ndr.) non sarà mai quello che in realtà racconta il libro. Il libro è una cosa e il film sarà totalmente un’altra, ma temo sia inevitabile. Ho cercato di mantenere i fatti di cronaca, i fatti più pesanti e inserirci dei particolari che reputo in linea.

Quindi prosegui l’idea di integrare il materiale anche con frammenti di Storia perché comunque anche nei corti, attraverso ritagli di giornale e altri elementi, ci mettevi molti riferimenti…

SORGATO – Sì, sto seguendo lo stesso approccio dei cortometraggi. Semplicemente ci vuole più tempo, soldi, ma l’approccio è il medesimo: cambiano solo i tempi di lavorazione. Quindi se con un cortometraggio mi è capitato di lavorarci tre mesi, per questo ce ne vorranno venti. È una proporzione.

Ci sarà la stessa ricerca estetica? O cercherai di entrare in un’altra mentalità?

SORGATO – Probabilmente sarà in bianco e nero, mi piacerebbe che avesse dei richiami classici. Ecco, quando penso ad un romanzo dell’ottantasette, sbrandellato, penso subito, non so, al Terzo Uomo di Carol Reed. Non so se queste cose insieme possano andar bene, ma a livello di estetica penso a quel film.

Senti, ci sono mai dei momenti in cui, trasponendo questi frammenti, ti dici “fermati”, “stai andando oltre”, “ti allontani troppo”…?

SORGATO – Su questo no. Perché sono quattro anni che studio Lolini, lo studio con piacere, come non ho mai fatto con nessun altro libro, non mi sono mai affezionato così tanto, nemmeno a scuola. Penso proprio di aver creato un’affinità, (di aver trovato) delle caratteristiche comuni con questa persona deceduta. Non potrei mai farlo con qualcun altro. Questa grande affinità di pensiero non mi farà mai far andare fuori. Gioco comunque all’interno di un grande campo recintato, sono comunque dentro ad una gabbia e mi muovo liberamente in questa gabbia.


sorgato lolini

Oggi sono contento
di scrivere al vento

di vivere ore diverse
da quelle che fanno tic-tac

di lodare lo specchio
per il mio volto di vecchio

di resistere a digiuno
senza amare nessuno
.


dall’ufficio stampa Francesco Gamberini (che ringrazio per avermi permesso di parlare con Luca Sorgato):

Sbadigli di Luca Sorgato vince il premio come Miglior Film al Beijing International Short Film Festival

È Sbadigli di Luca Sorgato a vincere il premio per il Miglior Film alla quinta edizione del Beijing International Short Film Festival. La giuria internazionale, composta da Li Xun, professore universitario e critico cinematografico, Yun-hua Chen, critica cinematografica e curatrice artistica, e Li Hongqi, regista vincitore del Pardo D’oro per il Miglior Film al 63.mo Festival del Cinema di Locarno, ha così motivato la sua decisione:

«Da un lato, il film descrive un vecchio vagabondo nato libero; dall’altro, ritrae deliberatamente l’immagine, la personalità, l’interiorità del vecchio e la sua disperazione attraverso vari mediaQuesto film di poesia inizia con un primo piano del volto dell’eroe, il vecchio, e finisce con la narrazione in prima persona della poesia di Lolini. Ha una struttura completa e un insieme integrato, che incarna pienamente il sottile interesse del “cinema di poesia” di Pasolini”»


POST SCRIPTUM: “…In quel sacchetto lì c’è la mia idea di fare un film.

(Foto scattata da Luca Sorgato nello studio di Attilio Lolini)

Possiamo dire che nel tuo intento di comunicare lo smarrimento hai trovato la tua dimensione nel reale. Lo smarrimento è temporale, perché nel degrado ci sono molti oggetti che sono tracce di epoche passate. Sembra quasi un insieme di piani temporali, che si spalmano su quarant’anni, uniti e mescolati che formano un tempo sospeso.

SORGATO – Sì, infatti. Preferisco guardare indietro; guardare il passato. È una cosa che mi conforta. Vedo e trovo il passato negli oggetti, lo trovo molto interessante. Poi è anche il capitalismo che mi ha portato a questo, me lo ha suggerito un mio amico (ride). Mi sento un figlio del capitalismo. In questo senso se tu unisci questa mia passione per il passato, per gli oggetti e il fatto di essere figlio del capitalismo (quali siamo tutti), poi vado su eBay e compro le cose che mi piacciono. Ma proprio perché mi piace spendere i soldi in questi oggetti apparentemente inutili che poi inserisco nei film: una cosa molto semplice. Non possiamo rinnegare quello che siamo e sento come se il nostro io sia stato soppiantato dal consumo e dal capitalismo. In Sbadigli, poi ho davvero voluto fare il gradasso e ho messo un sacchetto di plastica con dentro tutto quello che mi piaceva – cornini, l’agendina di mio nonno… – Alcune cose sono riuscito ad evitare che i miei parenti le buttassero via! – Quindi qualcosa ho e qualcosa poi la compro io.
Ma poi è bella la finzione, perché dopo finisce che dimentico anche io cosa ho comprato e cosa era effettivamente di mio nonno. Finisce così che si mescola tutto e non si capisce più nulla! In quel sacchetto lì c’è la mia idea di fare un film. Comprare oggetti, metterli insieme… (ridiamo tutti e due).
Questo credo sia il piacere più alto.

Come non essere d’accordo…

SORGATO – No. Come essere d’accordo, piuttosto! (ride)

Marco Moroni

Nato nel maggio del 1995 a Terni, città dell'acciaio e di san Valentino. Dovete sapere che vicino alla mia città si erge, spettrale, un complesso di capannoni abbandonati. Quando eravamo bambini ci veniva detto che quelli erano luoghi meravigliosi, in cui venivano realizzati film come "La vita è bella" o "Pinocchio". Questo fatto ci emozionava e ci faceva sognare una Hollywood vicino casa nostra. Come il castello transilvano di Dracula, tutti cercano di ignorare quei ruderi ma, ciononostante, tutti sanno benissimo cosa siano e non passa giorno senza che si continui a sognare quel Cinema che nasceva a casa nostra. Chiedendomi cosa mi faccia amare tanto la settima arte, e perché mi emozioni così tanto al solo pensiero, potrei rispondermi in molti modi, ma sono sicuro che quel sogno di tanti anni fa abbia un ruolo più che essenziale.
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