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Venezia 79 – Recensione “THE WHALE”: lo spirito e la carne

Classificazione: 5 su 5.

Sono andata a vedere The Whale con l’entusiasmo con cui ci si dirige al patibolo, non lo nego. Faccio parte della fetta di mondo che non aveva *tanto* amato Mother! di Darren Aronofsky nel 2017 (come già dicevo in questo articolo).

E invece mi sono trovata davanti un capolavoro.

Schiaffone morale a me. Lo accolgo con gioia.

È stato uno shock talmente grande che, mentre in sala la maggioranza degli spettatori era in lacrime alla fine del film, io sorridevo.

Sembra strano, ma ricredersi su un artista è quasi più bello che ricevere una conferma. Sarà che questo The Whale si avvicina di più ai film che avevo amato del regista, The Wrestler e Il cigno nero. Quasi andassero a comporre un loro ideale filone a parte della ricerca di Aronofsky. L’aspetto in comune tra i tre è sicuramente che sono film costruiti attorno al loro interprete principale e non intendo solo in senso astratto: sono film che gravitano proprio attorno alla loro carne e sangue, nella maniera più brutale e dolorosa. Il wrestler, la ballerina e, infine, il professore affetto da obesità grave.

Un altro elemento che The Whale ha in comune con The Wrestler è sicuramente la scelta di “recuperare” un attore non solo caduto mezzo in disgrazia, ma che è andato negli anni precedenti al film incontro a una radicale trasformazione fisica. Tale trasformazione viene estremizzata e diventa nelle mani di Aronofsky il maggior punto di forza: il viso di Mickey Rourke devastato dalla boxe e dalle operazioni era perfetto per la fisicità del wrestler. Allo stesso modo, il Brendan Fraser sfatto, ingrossato, irriconoscibile rispetto ai fasti de La mummia che Hollywood tendeva ormai a rimuovere è, col senno di chi ha visto il film, l’unico interprete che ormai è possibile concepire per Charlie.

Naturalmente, nel film The Whale per raggiungere quella stazza di 300 chili si è usata una – ottima – prostetica. Così realistica che tutti sentiamo la fatica di questo corpo, la sua implosione a massa putrescente e ormai quasi inamovibile.

Tutto il film si ambienta in una stanza – il punto più lontano in cui si svolge la storia è il patìo della casa – e ogni cosa concorre a schiacciare il film verso il suo cuore, lo stesso Charlie interpretato da Fraser, persino la regia in 4:3 che comprime la nostra vista in uno spazio “concentrato“.

La narrazione procede per dialoghi a due tra i personaggi in scena, che sono in tutto 5. Anche in questo film trovano respiro riflessioni mistico-religiose, come accaduto in altre pellicole di Aronofsky, ma il tono di queste riflessioni è così differente da quello di Mother! da lasciare quasi spiazzati.

A un certo punto del film si parla del concetto di spirito e carne della religione cristiana: di come il corpo sia il carcere dell’anima e sia lo scopo principale dell’essere umano quello di liberare lo spirito da esso. E il corpo di Charlie, così come la sua casa, così come la regia, sono un carcere dell’anima a tutti gli effetti.

Eppure il film sottolinea fin dalle prime scene di come spirito e carne siano, al contrario, un tutt’uno che non si può separare, l’una emanazione dell’altro. Di come il male dell’anima si rifletta nel corpo, di come il corpo sia l’espressione fisica dell’Io. La malattia di Charlie è la manifestazione fisica del suo dolore profondo.

Quindi Aronofsky fa un film che anziché condannare la materia, celebra la sua sacralità. È la parola giusta. Quello che colpisce molto è che un tema che poteva a ogni attimo scadere nel ridicolo, viene al contrario elevato in ogni istante dalla sceneggiatura. Lo spettatore finisce quasi dalle prime battute per amare Charlie, per rispettare Charlie e addirittura per ammirarlo. Non c’è posto per commiserazione o disprezzo.

Ho adorato che sia un film che evita le banalità e scava davvero nel buio dell’umano (l’esatto contrario di Mother! in questo, a mia opinione). Alla fine lascia totalmente senza parole.

Mi spiace sdilinquirmi troppo perché so che spesso le recensioni dalla Mostra di Venezia, se molto positive, finiscono per montare delle aspettative assurde e poi deludervi. Però, ecco, ugualmente vi dico: guardatelo. È un film veramente toccante e profondo, ci sono buone possibilità che vi troviate d’accordo anche con tutte le aspettative alte del mondo.

Nel film c’è anche Sadie Sink, la Max di Stranger Things, che interpreta la figlia di Charlie con cui l’uomo vorrebbe riallacciare i rapporti e si riconferma una giovane attrice molto brava. Dopo quello di Fraser, la sua Ellie è il personaggio che resta più impresso.

Ah ovviamente, l’avrete già letto diffusamente in giro, Brendan Fraser è straordinario. Siamo di fronte senza dubbi particolari a materiale da Coppa Volpi, Golden Globe, Oscar, tutte le cose luccicanti che potranno e vorranno mettergli in mano.

Lo merita dal punto di vista umano, perché la storia personale di Fraser è quella di un grande riscatto professionale, ma siamo onesti nel dire che lo merita oggettivamente dal punto di vista attoriale a prescindere dal suo storico. Questo è il classico ruolo della vita.

Francesca Bulian

Storica dell'arte, insegnante, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. "Artalia8" su YouTube, in genere adora parlare di tutto ciò che di bello e sopportabile gli esseri umani sono capaci di produrre.
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